Il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Sulmona, Ciro Marsella, ha prosciolto ieri, con formula ampia, nove dei quindici imputati dell’inchiesta Di Nino: un’indagine giudiziaria che tre mesi fa, con altrettanti avvisi di garanzia, aveva fatto tremare una delle più grandi società di trasporto in Italia e, soprattutto, la vice presidente della Provincia Antonella Di Nino (non indagata), la cui elezione in Provincia, secondo la procura, era stata «drogata» dalle pressioni fatte dal padre Piero ai dipendenti. Oltre che per il «voto di scambio» contestato al padre della coordinatrice provinciale di Forza Italia, i fratelli Di Nino (Piero e Stefano) erano accusati insieme ad altri tre dipendenti, tutti di Pratola, di truffa, falso ed estorsione, per aver cioè inserito delle calamite nei cronotachigrafi dei tir al fine di falsare i tempi e gli orari di viaggio (regolati dalla legge) e aver quindi costretto gli autisti del gruppo a turni massacranti, evitando che facessero i riposi imposti e truccando i limiti di velocità consentiti. Nella sentenza di non luogo a procedere sono rientrati ieri anche altri quattro dipendenti che erano accusati di falso, di avere cioè materialmente manomesso i cronotachigrafi usati sui mezzi, mentre per gli altri sei dipendenti accusati di favoreggiamento il processo dovrà ancora svolgersi, anche se la sentenza di ieri, di fatto, dovrebbe metterli al riparo da un eventuale processo. A cadere in udienza, ieri, è stata anche e soprattutto l’attendibilità degli accusatori (due ex autisti che erano stati oggetto di provvedimenti disciplinari): alcuni avevano denunciato un aumento in busta paga di 200 euro durante le elezioni, dati che, però, non sono risultati dai cedolini. «Una macchina del fango mirata a screditare l’azienda di famiglia e la mia figura politica - commenta Antonella Di Nino - da parte di ex dipendenti, uno dei quali tra qualche mese dovrà presentarsi in tribunale per aver rubato gasolio sulle nostre macchine e l’altro rispondere di calunnia nei nostri confronti. Sono contenta che queste menzogne si siano infrante contro il muro della giustizia, nella quale ho sempre creduto e che ha finalmente riabilitato il nome dei Di Nino».