PESCARA Adesso sì che c'è da divertirsi. Sulla crisi interna di Forza Italia, il coordinatore regionale Nazario Pagano abbandona la cautela post elettorale e mette i puntini sulle "i" dopo l'attacco a viso aperto che gli ex An chietini gli hanno rovesciato addosso a Pescara e ormai da diverse settimane. "Mi sembra di sentire un disco rotto da più di un mese e non capisco questa organizzazione seriale di sfogatoi pubblici: ci siamo pure incontrati e ce le siamo dette in faccia queste cose, ora guardiamo avanti. Capisco che loro vengono da una tradizione muscolare e da ragionamenti tipo: "O io o lui" ma questa non è la nostra cultura, Forza Italia è un partito con una linea nazionale, non una lista civica. E continuare con le polemiche è uno schema perdente, lo abbiamo visto a tutti i livelli: non basta aver perso e riperso?".
La accusano di aver sbagliato tutto, o quasi.
"Loro parlano con la pancia, io con le cifre. Per il 95% il nostro governo regionale ha agito quando il Pdl era guidato dai Piccone e dai Di Stefano, loro hanno fatto commissioni, enti di sotto governo, hanno condiviso, scelto e diretto tutto per cinque anni. Nel 2008 alle politiche prendemmo il 41% e nel 2013 il 23%, già lì avevamo perso tutto. E soprattutto nella provincia dei miei maggiori detrattori a Francavilla, Ortona, Vasto, Lanciano. E stiamo a parlare delle responsabilità dei miei quattro mesi?».
Dei quattro mesi è stato detto: gestione autoreferenziale, liste sbagliate, lassismo difronte alla crisi in Provincia all'Aquila.
"Intanto iniziamo col dire che la legge elettorale è stata un disastro per noi. Ho sbagliato le liste? Purtroppo erano blindate: dovendo o volendo ricandidare gli uscenti non ci sono stati spazi per nuovi ingressi almeno al maschile. Tra Pescara, L'Aquila e Chieti è stato possibile ricandidare solo tre nuovi elementi. Il nuovo coordinatore provinciale di Chieti l'ha scelto Di Stefano e lui lo sa bene; le indicazioni degli altri sono venute dai consiglieri regionali. All'Aquila sta succedendo proprio quello che Berlusconi non vuole: una guerra tra bande».
Ma lei non dovrebbe alzare la voce su tutto questo?
"Finirò per farlo. Ma fino a ora ho cercato di fare quello che ha chiesto a tutti Berlusconi: ragionare in una logica di area e dialogare con tutti».
Parla al passato: sta ratificando una situazione in cui alla fine qualcuno uscirà. E comunque, alle strette, cosa farà Forza Italia in Abruzzo?
"Primo, le assemblee provinciali; secondo, coordinamento della campagna di adesione per i congressi: abbiamo 220 tesserati in tutta la Regione. Molti degli eletti non sono tesserati, c'è un consigliere regionale che non ha ancora la tessera. Poi un tavolo di condivisione con i nostri vicini di area, vorrei una piattaforma di lavoro e penso a un protocollo di intesa. Di sicuro non mi metto a organizzare sfogatoi. Poi incentiveremo la crescita di un partito non tradizionale, come ha chiesto Berlusconi, fatto di ventenni e trentenni, club e associazioni e basta con i signori delle tessere. Questo per me, significa allinearsi con le indicazioni di Berlusconi: confrontarsi sempre e comunque e a chi non sta bene può andarsene. Infine, iniziative pubbliche con i responsabili nazionali come accaduto sabato ad Ascoli»
Magari la questione è molto più semplice: D'Alfonso ha aggregato un sacco di gente e Chiodi non lo ha fatto. Come mai tanto silenzio dell’ex governatore?
«Bella domanda. Andrebbe chiesto a lui: credo stia recuperando una dimensione diversa dopo l’uscita dalla carica. E’ anche un fatto psicologico, immagino debba trovare un nuovo equilibrio».