ROMA La bufera del voto segreto. Comincia lo scrutinio in Senato, si inizia a votare e ritmi sono blandi e le discussioni lunghe. Un’ora e mezza di discussione per ogni singolo emendamento. Quando si finirà? Si finirà mai? In un’intera giornata, la giornata di ieri, si è avuto il tempo di fare appena tre votazioni. Ci sono, tra l’altro, oltre 920 richieste di scrutinio non palese da parte di Sel e dei grillini. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, autorizza questa richiesta e il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, si arrabbia. Sempre Zanda: «Il presidente Grasso aveva parlato di poteri di armonizzazione, Chiedo alla presidenza se può informare l'aula su tali poteri. Un ora e mezzo per votare un emendamento ci dice molto su quale è il nostro futuro...». Il rischio, come dicono i democrat, è che con questo ritmo non basti il 2014 per portare a termine l’approvazione della riforma del Senato.
La situazione è quella della melina nell’aula di Palazzo Madama. E il Colle ne è preoccupato. L'ostruzionismo sta facendo spazientire la maggioranza. Il muro contro muro in atto sta allarmando a tal punto Giorgio Napolitano da costringerlo ancora una volta a farsi sentire parlando di una «paralisi che porta grave danno al Parlamento».
Un pressing duro, coadiuvato da una girandola di contatti, a partire da quello con il presidente del Senato, che porta ambienti parlamentari a ragionare su possibili vie di uscita rapide, come il contingentamento dei tempi o una apertura del governo a possibili modifiche.
I COLLOQUI
unque, a far salire la tensione, già alta, ci ha pensato la decisione del presidente del Senato di tenere le maglie larghe sulle 920 richieste di voto segreto avanzate da Sel, il partito che ha presentato 5.900 emendamenti dei 7.850 totali. Di per sè uno scrutinio segreto non fa perdere più tempo di quello palese (sul tabellone non si vede chi ha votato a favore e chi contro). Ma la decisione di Grasso ha provocato «l'irritazione» di Zanda e di tutti i Democrat, perchè essi ritengono che la decisione incoraggi Sel, M5s, ex M5s e dissidenti di Fi e Pd a proseguire il loro ostruzionismo. D'altra parte - afferma chi legge positivamente la decisione del presidente - le ragioni di Grasso sono più che valide: il venire incontro alle richieste di Sel, semmai svelenisce il clima. E il leader di Sel, dopo essere stato a sua volta al Quirinale ha detto che se Renzi apre alle modifiche il suo partito può sostenere la riforma istituzionale.
Nel colloquio fra Napolitano e Grasso, il Capo dello Stato ha insistito «sul grave danno che recherebbe al prestigio e alla credibilità» del Parlamento «una paralisi decisionale su un processo di riforma essenziale». E Grasso ha convenuto evidenziando «le gravi difficoltà rappresentate da un ostruzionismo esasperato con un numero abnorme di emendamenti».
Senatori in panico da vacanze «A mia moglie chi glielo dice...»
ROMA La scena più gustosa si svolge quando, nel tardo pomeriggio, i senatori si trasferiscono a Montecitorio, per votare in seduta comune i giudici costituzionali. Nessuno dei deputati, per non infierire sui visi pallidi dei colleghi di Palazzo Madama che pallidi resteranno, ha il coraggio di chiedere all’amica o all’amico senatore: «Che cosa fai quest’estate?». Non lo domandano anche per evitare di sentire la lagna e i singhiozzi: «Niente vacanza, mi tocca stare inchiodato al mio scranno anche a ferragosto». Colpa di Renzi, aggiunge qualcuno. Renzi la colpa se la prende con piacere e ieri ha affondato il coltello nella piaga, anzi nella valle di lacrime: «Quest’estate lavoreranno in tanti, dai senatori in poi....». Colpa del destino cinico e baro, comprensivo della semi-abolizione del Senato su cui si è appena cominciato a votare con ritmo così blando che il leghista Calderoli, già comunque abbronzatissimo, è esploso: «Se ci fosse da parte del governo qualche apertura, questa riforma si fa in una settimana. Sennò, restiamo qui fino a Natale!».
TERRORE BIPARTISAN
Il panico da vacanze che saltano si mescola alla noia di dover stare in aula da lunedì, in tour de force, dalle 9 a mezzanotte. Terrori incrociati. Paure trasversali. C’è chi (i più pessimisti) sprenota le vacanze. Ma sono in pochi. Mai come questa volta, infatti, l’agenzia di viaggi al pianterreno di Palazzo Madama non è stata presa d’assalto dai senatori. Consapevoli del rischio - dato da subito per probabilissimo - che il governo stakanovista in convergenza parallela con il grillismo ostruzionista avrebbe potuto far saltare le ferie in montagna o al mare o perfino vanificare il semplice abbiocco davanti alla tivvù d’agosto. Vacanza perfetta per il parlamentare, almeno secondo quanto sosteneva quel genio paradossale di Lucio Colletti, filosofo diventato deputato azzurro, «perchè l’assenza di pensiero d’agosto è in naturale continuità con l’assenza di pensiero dei politici durante tutto il resto dell’anno».
Antonio Razzi, berlusconiano doc, ex punta di diamante dei Responsabili scilipotiani, narra: «Ho prenotato una settimana in Spagna, per andare al compleanno di mia suocera, il 17 agosto. Mia moglie è già lì. Se salta questa vacanza, è anche meglio. Sa come si dice dalle mie parti? Sparagno e comparisco. Vedo che anche i grillini, per colpa dei quali dovremo stare inchiodati qui, in realtà sono scocciatissimi per il tour de force». Il che è vero, al punto che, contro quella che loro chiamano la «schiforma» e contro le tappe forzate con cui il governo vuole portarla a casa, si scoprono pii e addirittura papisti in senso più ratzingeriano che alla Francesco: «La domenica non si può lavorare, è un giorno sacro», lamentano.
Tutti gli altri, da destra a sinistra, fanno notare - compulsando i regolamenti di altre nazioni europee - che «in Germania il Parlamento sta chiuso due mesi eppure la Germania è la locomotiva del Continente. In Francia i deputati fanno vacanze vere e proprie e la Francia sta messa meglio di noi». Insomma: «Non è vero che l’Italia migliora se il Parlamento sta aperto anche a ferragosto».
IL CALVARIO
Gli ottimisti sostengono che entro l’8 agosto la tortura finisce, e intanto però 15 ore al giorno si starà in aula a premere pulsanti. Gli speranzosi si aggrappano al cosiddetto «canguro», ovvero al metodo che può ridurre gli emendamenti da 8000 a 5000, e velocizzare la pratica. Ma visto il ritmo delle prime votazioni - «E’ troppa un’ora e mezza di discussione per ogni singolo emendamento», si è lamentato ieri il democrat Zanda - si potrebbe davvero andare a finire all’infinito, «canguro» o non «canguro». E più che gli animali, si sognano gli aliscafi. I grillini accusano i dem: «Voi non volete lavorare e pensate solo alle ferie». Lucio Malan bravo senatore azzurro, invece è più problematico: «Sarebbe giusto portare mia figlia, di un anno, al mare. Anche i figli degli operai al mare ci vanno, e lo so bene io che sono figlio di un papà appartenente alla classe operaia. Lui sulla spiaggia mi portava. Io non posso fare la stesa cosa con la mia piccola. Non mi dispiace per me, mi dispiace per lei».
I più affranti, tra i forzati delle non-ferie, sono i separati. Vagano per i corridoi del Senato dicendo: «Non ho ancora avuto il coraggio di dire alla mia ex moglie che non posso portare i figlioli da qualche parte. Quella mi sbrana». Singhiozzi così. «E li capisco proprio», chiosa Malan. Mentre quando i senatori ieri pomeriggio sono arrivati alla Camera, il solo Brunetta ha avuto il coraggio di sfiorare l’argomento con alcuni di loro dicendo: «Vi capisco, il calendario del Senato è irragionevole». Ma la solidarietà dei cuori teneri non cambia lo stato delle cose. Servirebbe invece un ribaltone, per andarsi a prendere la tintarella? Tra i dem, anche di credo renziano, circola la nostalgia per l’epoca della rilassatezza bersanian-lettiana: «Era meglio quando si stava meglio». E la battigia era a portata di piede.