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Pescara, 20/10/2019
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Data: 02/09/2014
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lavoro. Contratto a tutele crescenti ecco le due ipotesi. Dal sussidio universale fino ai minijob così Berlino ha vinto la disoccupazione

ROMA La parolina magica è: contratto a tutele crescenti. Sulla sua introduzione, ha ragione il premier, sono tutti d’accordo. Peccato, però, che sul contenuto, o meglio sulla durata, le strade divergono: una parte della maggioranza vorrebbe che fosse per sempre, un’altra solo per tre anni dall’assunzione. È su questo crinale che si gioca la difficile partita del Jobs act targato Renzi-Poletti. È su questa tavolo che si capirà la reale portata rivoluzionaria della nuova riforma del mercato del lavoro. Sullo sfondo c’è il tabù dei tabù: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che prevede la reintegrazione sul posto di lavoro per chi è stato illegittimamente licenziato.
Per il resto, su cinque delle deleghe richieste nel Jobs act, quattro sono a buon punto. Già prima della pausa agostana, infatti, la commissione Lavoro del Senato presieduta dall’ex ministro Maurizio Sacconi (Ncd) ha esaminato, discusso, emendato e approvato tutti gli articoli del ddl delega. Certo, il provvedimento è solo al primo step: deve passare ancora l’esame dell’aula di Palazzo Madama e poi percorrere tutto il suo iter alla Camera dei Deputati. Il governo conta su l’ok definitivo entro la fine dell’anno. In ogni caso, almeno fino ad ora, l’accordo c’è sulla riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e politiche attive, sulla semplificazione delle procedure e degli adempimenti, sulla maternità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
Resta quindi da superare lo scoglio più insidioso, quello che da decenni impegna il nostro Paese in estenuanti e accese discussioni. Lo Statuto dei lavoratori è uno strumento datato 1970 quando il mondo era tutto diverso, sostengono coloro che vorrebbero abolirlo o ”superarlo“; una tutela indispensabile, replica il fronte di chi vuole che, in questo campo, nulla cambi. Il mondo delle imprese insiste: in un momento di grave crisi come questa la flessibilità - sia in entrata che in uscita - è indispensabile. I sindacati (soprattutto la Cgil, mentre Cisle e Uil sono più possibiliste) ribattono: dare mano libera ai licenziamenti proprio adesso che il lavoro manca sarebbe una catastrofe.
In realtà da quel lontano 1970 qualcosa è già cambiato. L’articolo 18 è stato rivisitato (riducendone il campo di applicazione) dalla riforma a firma Monti-Fornero del 2012. Il diritto a essere reintegrati sul posto di lavoro vale ora solo per i licenziamenti discriminatori, fondati su accuse false o ragioni manifestamente insussistenti. In tutte le altre situazioni scatta solo un indennizzo economico. Resta però ancoro ampio il margine di discrezionalità del giudice.
LA REINTEGRA

Ora la partita si riapre. I centristi della maggioranza (Ncd, Sc, Udc, Pi, Svp) appoggiano tutti l’emendamento del senatore giuslavorista Pietro Ichino che, all’interno dell’adozione di un testo unico semplificato, prevede «un contratto di lavoro a tempo indeterminato a protezione crescente». In caso di licenziamento (salvo quello discriminatorio) al lavoratore spetterebbe solo un’indennità proporzionale all’anzianità aziendale (un mese per ogni anno è l’idea di Ichino, ma l’emendamento non entra nei dettagli). Varrebbe per tutte le nuove assunzioni, giovani e meno giovani. Il Pd invece chiede un contratto «a tutele crescenti» solo per tre anni, dopo di che si tornerebbe all’attuale situazione.
Ma quanto vale l’articolo 18? Ieri il premier ha fornito i primi dati del monitoraggio che il ministero si era impegnato a fare: «I casi che vengono risolti sulla base dell’articolo 18 sono circa 40mila e per l’80% finiscono con un accordo. Dei restanti 8.000, solo 3.000 circa vedono il lavoratore perdere». Quindi - ha tagliato corto Renzi - «noi stiamo discutendo di un tema che riguarda 3.000 persone l'anno in un paese che ha 60 milioni di abitanti». In effetti c’è da ricordare che l’articolo 18 vale solo per i lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti. Ovvero, secondo una recente stima della Cgia di Mestre, il 2,4% del totale delle imprese italiane e il 57,6% dei lavoratori dipendenti occupati nel settore privato dell'industria e dei servizi, circa 6,5 milioni su oltre 11 milioni di operai e impiegati.

Dal sussidio universale fino ai minijob così Berlino ha vinto la disoccupazione

ROMA Da noi è in continua ascesa. Da loro la direzione è opposta. La disoccupazione in Italia negli anni della crisi è praticamente raddoppiata. In Germania nello stesso periodo si è dimezzata. Tra il 2007 e il 2013 il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,1% al 12,2%. E nel 2014 il trend non si è arrestato, a luglio eravamo al 12,6%. La Germania è partita dall’8,7% del 2007 per arrivare al 5,3% nel 2013 e scendere ancora, al 4,9% nel luglio scorso, il più basso dell’Ue. Stavamo meglio di loro, ora stiamo molto peggio. Naturale che «il modello tedesco» diventi un’aspirazione. Ma come ha fatto la Germania a diventare così virtuosa nel mercato del lavoro?
A un certo punto - correva l’anno 2003 - il governo di Berlino ha deciso di mettere mano profondamente alle regole del suo mercato del lavoro e del welfare. Lo ha fatto con quattro interventi successivi elaborati da Peter Hartz, ex consigliere di amministrazione della Volskswagen cooptato dal governo Schroeder. Un pezzetto alla volta - passo dopo passo, direbbe Renzi - ha costruito un puzzle in cui la flessibilità delle forme contrattuali sia in entrata che in uscita, si sposa con un sistema di ammortizzatori sociali che dà una mano al disoccupato non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello della ricerca di un nuovo posto. Fanno parte del puzzle anche un dialogo sociale aperto, che prevede la partecipazione dei dipendenti alle scelte strategiche dell’azienda. E una valida alternanza scuola-lavoro. In sostanza si tratta di un sistema a tutto tondo, con tanti piccoli tasselli legati tra di loro da un filo indissolubile. Per questo motivo molti studiosi del «modello tedesco» avvertono: non si può fare come al supermercato, dove ognuno sceglie dallo scaffale il prodotto che più gradisce; affinché funzioni deve essere preso tutto insieme.
LA FLESSIBILITÀ

È possibile per l’Italia? Difficile. Basti pensare al sistema degli ammortizzatori: in Germania è davvero universale, il sostegno economico viene dato sia a chi perde il lavoro sia a chi semplicemente non lo trova. Nel primo caso c’è l’indennità di disoccupazione vera e propria che dura in media 12 mesi (60% dell’ultimo salario netto, 67% in presenza di figli a carico), nel secondo c’è un sussidio simile al salario di cittadinanza denominato ”sicurezza sociale di base“ che varia da 251 a 374 euro mensili ai quali si aggiungono aiuti economici per affitto, studio, riscaldamento, spesa alimentare. Un sistema costoso, che si regge sul fatto che lì i centri per l’impiego funzionano (c’è un’agenzia nazionale con molti più addetti e con molte più risorse rispetto a quanto spende l’Italia per le politiche attive). Si fonda anche sul cosiddetto ”principio di condizionalità“: chi riceve il sussidio deve seguire corsi di formazione e non può rifiutare l’offerta di lavoro. Nemmeno quelli socialmente utili, pagati appena 1 euro l’ora. Se rifiuta rischia di perdere una parte o addirittura l’intero sussidio. Il principio in teoria esiste anche da noi già da tempo, ma è inapplicato. Se ne parla anche nella delega chiesta dal governo Renzi, vedremo i decreti delegati. E poi la flessibilità contrattuale. Con i Minijob (piccoli lavori precari, sottopagati e senza contributi) la Germania riesce a impiegare circa cinque milioni di persone. Ma anche lì non sono poche le critiche di chi denuncia salari orari da fame, a volte perfino inferiori ai 2 euro l’ora.
Gi.Fr.
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È il numero di anni in cui la Germania è riuscita a dimezzare il numero dei senza lavoro. Questo grazie alla riforma Hartz del mercato del lavoro varata tra 2003 e 200510,5%
È la disoccupazione raggiunta nel 2004 dalla Germania. Soltanto nel periodo
tra il 2007 e il 2013 i senza lavoro sono scesi
dall’8,7% al 5,3%4,9%
Rappresenta il tasso di disoccupazione registrato da Berlino a luglio scorso. È oggi il più basso in tutta Europa dopo che nel 2003 i disoccupati erano arrivati a 5 milioni

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