Il «gran visir» della Regione Luciano D’Alfonso mette ordine alle società partecipate con lo stop ai «sangiaccati». Nella guerra abbondantemente annunciata al vecchio sistema, il presidente dirama la Direttiva n. 11 con il piano d’attacco, stilato nel più puro spirito decisionista e sintattico dalfonsiano. Dice quello che vuole e quello che non vuole, e lo dice a modo suo: no ai «"Sangiaccati" con a capo "sultani titolari di arbitrio e nascondimento", con una grande vocazione a realizzare spese e servigi, fuori da ogni controllo e conoscenza dell’Ente Regione, che ricompare all’abbisogna e viene resa destinataria di preghiera accorata solo quando deve riassume e le funzioni di un "Pantalone paga tutto"». D’Alfonso riesuma visioni balcaniche e dell’impero ottomano per mettere insieme decadenza e scosse di modernizzazione a tappe forzate. Il Sangiaccato è poco pertinente, dal punto di vista storico e lessicale, ma è d’effetto come gli ormai famosi Ufo sull’Adriatico e i mamelucchi (anch’essi citati a sproposito) sull’ex Cofa. Il presidente, avendo maturato il «punto di consapevolezza acquisita, leggendo e studiando le carte», esige che la presenza della Regione non sia «né passiva, né di arredamento, né di irresponsabile estraneità». E pretende che ogni ente o società individui una figura «"ad hoc" che renda disponibile e quotidianamente aggiornato, in cartaceo e in digitale, un prodotto conoscitivo che denominiamo per comodità "curriculum vitae dell’Ente o società", costituito da dati intellegibili riguardanti deficit annuale, debito consolidato, contenzioso, quivi comprendendo anche le situazioni potenziali, dipendenti» e via precisando. Per D’Alfonso tutte queste mosse portano all’«innovazione procedimentale selettiva della governance futura». Naturalmente il curriculum «delineato a cura della figura individuata, che chiameremo "Consegnatario", deve avere la caratteristica di un modello cartaceo e digitale estremamente leggibile». Incredibile, ma è scritto proprio così: dopo sangiaccati, nascondimento, abbisogna, quivi, innovazione procedimentale selettiva, deve essere tutto chiaro e tutto «estremamente leggibile». E se lo dice proprio D’Alfonso, come si fa a non credergli?