Ha preso un «brodino». Si dice così di un malato cui non si sa bene che cura somministrare, che non guarisce, ma che almeno ce la fa a sorseggiare qualche cucchiaio di cibo. Hai visto mai funzioni da ricostituente, sperano medico, parenti e amici. Il paziente resta malato, forse anche grave, ma dimostra di non essere in pericolo immediato.
Un simil «brodino» l'hanno dunque preso il centro sinistra e il suo governo in questo giro di elezioni amministrative. Un brodino fatto soprattutto, se non solamente, della classifica finale e comparata tra Province e Comuni persi e conquistati. I conti definitivi si faranno dopo.
Dopo che nella notte dello spoglio (una vergogna nazionale la lentezza ormai istituzionale) i voti «veri» avranno limato e corretto le «proiezioni». Soprattutto la classifica potrà essere stilata dopo i ballottaggi e allora, se non sarà pareggio, poco ci mancherà. Un brodino insaporito poi dalla sensazione, inconfessabile ma confessa, di averla scampata. Scampata rispetto a quanto si aspettavano. Ma il risicato pareggio numerico nel prendere e dare sindaci e giunte è risultato sostanzialmente bugiardo.
Perchè avanzare e vincere a Taranto, Agrigento e L'Aquila non è la stessa cosa e non pareggia il perdere ad Asti, Monza, Verona, Alessandria e l'arretrare a Genova e Parma. La differenza, politicamente enorme, è che le vittorie del centro sinistra in Puglia e Sicilia sono due episodi fortemente determinati da particolarissime geografie socio-elettorali locali. Al contrario, il risultato favorevole al centro destra in tutto il Nord, compresa la Liguria dove pure il centro destra non vince, disegna, conferma e rafforza una tendenza. Da una parte dunque dei «casi», dall'altra un vento elettorale che spira, uniforme e costante, e pure rinforza. Non basta: il minor afflusso alle urne tradizionalmente non favorisce il centro destra e stavolta meno gente è andata a votare. Doveva essere uno svantaggio per l'opposizione, non si è visto. Invece quel che forse si è visto in controluce è il profilo di un astensionismo di sinistra, elettori dell'Unione che restano a casa, il peggior sintomo possibile.
Ancora: ovunque il voto di lista, insomma quello dato ai partiti, registra un calo di consenso al centro sinistra rispetto alle politiche di un anno fa. Se proprio si vuole una caratteristica «nazionale» del voto, altra altrettanto netta e definita non ce n'è.
Allora, piatto ricco e abbondante, lauto banchetto per il centro destra? Non proprio, anzi per quanto possa sembrare singolare, anche il centro destra «ha preso un brodino». Stavolta nel senso di consommè, non più che un'introduzione, un aperitivo rispetto al pasto che si aspettava, voleva e, in fondo, poteva.
Poteva di più il centro destra, se il parametro con cui misurare è quello della crisi di consenso del governo in carica. Voleva di più, voleva un risultato clamoroso per giocarselo in termini di richiesta immediata di crisi e dimissioni. Si aspettava di più e non era riuscito a non dirlo. Invece dopo questo turno di amministrative il centro destra si ritrova politicamente là dove stava, dove l'avevano colto le parole di Tremonti: in grado oggi di procurarsi nelle urne più voti del centro sinistra, ma non in grado di convincere il paese di essere a sua volta in grado di governare. Lì era e lì è politicamente rimasto.
Certo, brodino per brodino, la differenza c'è e si vede. Brodo vegetale per il centro sinistra, senza grassi e molta acqua scaldata. E brodo di carne robustoso e denso per il centro destra. L'uno a dieta elettorale, l'altro che resta affamato.
Sette milioni circa di elettori, più o meno rappresentativi del paese intero, non hanno ritenuto opportuno cucinare nulla di meglio e di più nè per l'uno nè per l'altro. Il cuoco è stanco, serve pietanze insipide a clienti che cominciano a stare sullo stomaco.