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Data: 16/06/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Mini-pensioni, aumento in arrivo. La metà del tesoretto destinata all'aiuto agli anziani. 600 milioni ai giovani. E il governo cerca altri fondi per la riforma del welfare

E sullo scalone dal 19 un tavolo no-stop per discutere con i sindacati

ROMA. Una trattativa a senso unico quella di ieri a Palazzo Chigi sulla previdenza, nel senso che il governo ha dato le proprie disponibilità economiche e ha detto come le vuole ripartire. E le parti sociali ne hanno preso atto. Da martedì, invece, fino al giorno 28, giorno di presentazione del Dpef, si farà un negoziato no-stop sulle pensioni per trovare una soluzione a quella che, secondo il governo, sarà una strada in discesa, ma per il sindacato «molto in salita», come ha precisato Luigi Angeletti (Uil). Il «tesoretto» cioè l'extra-gettito entrato nella casse dello Stato, è di 2 miliardi e 500 milioni.
Di questi, ha precisato il ministro del Lavoro Cesare Damiano, 1 miliardo e 300 miloni andranno ad aumentare le pensioni più basse. Secondo il ministro, il provvedimento riguarderà due milioni di pensionati. Il che significa che il governo - ma non è stato precisato - intende assegnare un aumento di circa 650 euro l'anno a testa. E poi ha destinato circa 600 milioni a provvedimenti che riguardano i giovani.
Le misure elencate (saranno però oggetto di trattativa): aumento dei contributi per i parasubordinati, fondi di credito per i parasubordinati, aumento delle borse di studio per gli universitari, incentivazione del salario legato alla produttività, incentivazione del part time, miglioramento dei contratti a termine, corsi per il reinserimento dei licenziati sopra i 50 anni, armonizzazione dei contratti di apprendistato. Inoltre ci dovrebbe essere una diminuzione del riscatto della laurea che dovrebbe essere di aiuto ai giovani, una copertura figurativa piena ai fini previdenziali dei periodi di disoccupazione con il riconoscimento della contribuzione figurativa, un cumulo di tutti i periodi di contribuzione in qualsiasi fondo. Gli altri 600 milioni dovrebbero andare ad «ammortizzatori e competitività» ha detto Damiano.
Soddisfatti i ministri perchè sarà da tutti riconosciuto che questo è il primo governo che si occupa del mercato del lavoro. E poi le dolenti note. Damiano ha subordinato il superamento dello «scalone» (la legge Maroni che impone di andare in pensione a 60 anni con 35 anni di contributi a partire dal 1 gennaio prossimo) ai risparmi sui costi della spesa previdenziale, innanzitutto con l'accorpamento degli enti, anche se non ha escluso altri tipi di risparmi. E, poi, il problema della revisione dei coefficienti, il quale «deve essere oggetto di trattativa» ha detto il ministro «perchè la flessibilità del mercato del lavoro ha fatto diminuire i contributi».
I segretari dei sindacati hanno tenuto una breve conferenza stampa che si può sintetizzare così. «Siamo tutti ben felici che le finanze stiano bene e che i parametri siano rispettati» hanno concordato i tre. «Siamo anche contenti che si voglia arrivare ad una riforma con la concertazione nostra» ha ammesso Raffaele Bonanni, Cisl. Detto questo, «non ci pensiamo neanche ad accorpare gli enti previdenziali, così, senza che sia stato esaminato finora uno straccio di piano di riforma», ha aggiunto Bonanni.
E quanto al superamento dello scalone, il più esplicito è stato Luigi Angeletti, il quale ha ricordato che la riforma Maroni avvenne perchè il rapporto deficit-Pil era al 4%, uno sforamento di un punto dai parametri. «E già allora io ero contrario» è sbottato Angeletti «Ora che i conti sono a posto, ma che mi frega dove si trovano i soldi! Se non ero d'accordo prima, figurati adesso che non ci sono più quelle condizioni di emergenza». «Basta così» ha concluso Epifani, alzandosi dalla poltrona.
Subito dopo, è arrivato Maurizio Beretta, direttore generale della Confindustria, per dire che «lo scalone» serve a far risparmiare soldi allo Stato».

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