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Pescara, 09/05/2026
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19/06/2007
Il Centro
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Pensioni, inizia la discussione governo-sindacati. «Attenueremo lo scalone», dice il ministro del Lavoro, che nega aumenti di contributi |
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Spunta l'ipotesi di rivalutare i vitalizi minimi. Sessanta deputati ulivisti per il federalismo fiscale ROMA. Parte oggi il tavolo no-stop sulla previdenza tra governo e sindacati. Giorno d'arrivo: il 28 giugno, data utile per presentare il DPEF, il documento di programmazione economica che dovrà prevedere anche il capitolo «pensioni». Quindi tutti inchiodati al tavolo, con il governo in posizione di debolezza perchè ancora diviso al suo interno. La mediazione non sarà soddisfacente per tutti. Finalmente però le carte sono sul tavolo. Ieri Cesare Damiano che pone la prima firma al provvedimento come ministro del Welfare, ha messo le mani avanti e ha dichiarato che nessuno intende aumentare i contributi ai lavoratori dipendenti. «Non ho mai detto una cosa del genere» ha assicurato il ministro, riferendosi alle voci circolate in questi giorni. Voci riguardanti un aumento dello 0,3 per cento che avrebbe potuto finanziare il superamento dello scalone. Il governo cerca soldi per finanziare l'andata in pensione a 58 anni l'anno prossimo e poi via via fino ai 62 anni, un anno alla volta, ogni 18 mesi. Ma questa proposta non piace proprio ai sindacati perchè significherebbe accettare che la pensione si sposta ai 62 anni e irrita non poco la sinistra di governo, in questo, alleata dei sindacati. Una proposta di mediazione potrebbe essere quella di fermarsi a 59 anni e raggiungere i 60 anni solo nel 2010. Nessuno ha però avanzato questa ipotesi almeno ufficialmente. Paolo Ferrero, ministro di Rifondazione Comunista, ha espresso a più riprese il propio dissenso. «Non c'è ancora accordo nel governo e nella maggioranza» ha minacciato ieri «su dove trovare i soldi e che fine fare al "tesoretto"». Le proposte fatte da Damiano, secondo il ministro rappresentano «solo una delle iniziative che si possono assumere». Se non si prendono iniziative socialmente utili l'Italia si porrà fuori dalla Ue, ha insistito in risposta al «rigore» del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Il governo non può affrontare il dissenso dei sindacati e i malumori all'interno della maggioranza. Si cercano consensi. E' rispuntata l'ipotesi di introdurre incentivi ai fini pensionistici per chi resta al lavoro avendo raggiunto l'età pensionabile. Si tratterebbe di consentire il 3 per cento in più di pensione per ogni anno lavorativo a chi matura i requisiti. L'asso nella manica del governo è la rivalutazione degli assegni di due milioni di pensionati «poveri» per un totale di 1 miliardo e 300 milioni. Fatti i conti però l'aumento è risibile, dicono i sindacati. «Una soluzione-quadro, una riforma» dice Raffaele Bonanni (Cisl) «finora abbiamo avuto solo la delusione per la scarsa entità delle risorse che si dichiarano disponibili». Uno dei problemi del governo è il malumore delle regioni del nord. Un gruppo di deputati dell'Ulivo, una sessantina tra Margherita e Ds, chiedono che il governo presenti il ddl sul federalismo fiscale con il DPEF. Non si tratta di inziative tardo-leghiste, è solo «che la questione fiscale è cruciale per il nord e per tutto il paese e certo non si affronta nel lombardo-veneto, ma a Roma» ha spiegato Antonio Misiani. Inoltre se si andasse alle urne stamane, quasi il 62 per cento degli artigiani voterebbe per il centro destra, assicura un sondaggio della Cgia di Mestre.
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