Ieri il primo via libera dalla commissione Affari Costituzionali del Senato
ROMA Avere nel portafoglio una partecipazione in una o più società potrebbe trasformarsi da un vanto in un rompicapo per Comuni, Regioni e qualsiasi altra Amministrazione pubblica. I margini per detenere quote in questa o quell’azienda si fanno sempre più stretti e la delega di riforma della Pa sembra dare il colpo di grazia, ponendo «limiti» per mettere su società o assumere e mantenerne quote. Una sforbiciata che ha ricevuto il primo via libera dalla commissione Affari Costituzionali del Senato. Nel mirino ci sono senz’altro le società in rosso, per le quali è prevista l’opzione commissariamento. Il giro di vite riguarderà anche le responsabilità: saranno puntualizzare quelle che ricadono sugli amministratori, come sindaci, presidenti di Provincia o Regione. Il governo in realtà punta a responsabilizzare tutti coloro che hanno a che fare con la Pa, a cominciare dai dipendenti: «Chi non fa bene non deve più lavorare nella Pubblica amministrazione», chiarisce il ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, confermando una stretta sui procedimenti disciplinari per scarso rendimento. Discorso che vale anche per i dirigenti: verranno superati gli automatismi di carriera e saranno passate al vaglio le loro valutazioni sui lavoratori che hanno sotto. Il criterio sarà quello della differenziazione, se le pagelle stilate dal capo sono tutte uguali sorgerà qualche dubbio sulle capacità di misurazione delle performance. Quando andrà in porto la riforma a vigilare sui dirigenti ci sarà un’apposita commissione, ma già ora c’è un organismo, per altro appena rinnovato (il comitato dei garanti) che si esprime su eventuali sanzioni. La questione base però riguarda l’accesso alla Pa, che, ha ricordato Madia, deve essere per concorso, altrimenti si tratta di «cattiva amministrazione». Tornando alle partecipate, il loro riordino passa per una razionalizzazione secondo criteri di «efficienza, efficacia ed economicità». In altra parole, si ridurrà drasticamente il loro numero: operazione di qualche rilievo visto che l’Italia conta, l’ultima stima è quella dell’Istat, oltre 11mila. Non è però solo una questione di cifre, dietro una quota ci deve essere anche una ragione, per cui la partecipazione deve rientrare nel «perimetro dei compiti istituzionali o di ambiti strategici per la tutela di interessi pubblici rilevanti». C’è poi il tema della buona gestione delle risorse, per cui i bilanci delle società partecipate non potranno passare sottotraccia, ma dovranno comparire nel resoconto consolidato dell’ente.