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Data: 24/06/2007
Testata giornalistica: Corriere della Sera
«Pensioni, senza accordo sarà mobilitazione». Il segretario della Cisl Bonanni: sì agli scalini per evitare l'impasse

Il governo ha chiesto il superamento dello scalone e ora si avvita su se stesso. Vogliamo sentire chiara e forte la parola di Prodi

LEVICO TERME - «Valuteremo. Certamente ci sarà una mobilitazione, della quale stabiliremo la qualità. È certo che il sindacato assedierà il governo: denunceremo chi vuole portare in malora il Paese. Non staremo fermi». Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, non nasconde che i sindacati sono disposti a usare tutti gli strumenti di pressione per costringere il governo a trattare sulla riforma delle pensioni. Anche ricorrendo allo sciopero, in caso di mancato accordo.
APPUNTAMENTO MARTEDI' - Il nuovo incontro tra esecutivo e sindacati per discutere di previdenza è previsto per martedì prossimo. Sarà l'inizio di una «no stop« dalla quale si uscirà solo con un accordo. O con lo sciopero. «Martedì - ha aggiunto Bonanni - andiamo per trovare una soluzione. Ma il governo dica una parola e sia una parola sola». Ma al tavolo con il governo è la voce di Romano Prodi, il numero uno della coalizione di governo, che i sindacati vogliono sentire, non quella di Tommaso Padoa-Schioppa, il ministro dell'Economia che appare irremovibile nella sua posizione di mantenimento dello status quo, con lo scalone a partire da fine 2008 (l'innalzamento del'età pensionabile da 57 a 60 anni con 35 anni di contributi). «Il governo ha chiesto il superamento dello scalone e ora si avvita su sè stesso - ha spiegato Bonanni - La Cisl è disposta anche agli scalini, pur di superare la vicenda. La parola ora ce l'ha Prodi se è il premier di questa coalizione. Una parola che vogliamo sentire chiara e forte: esprima la posizione del governo per salvare questa contrattazione. Prodi deve sciogliere i nodi e prima lo fa meglio è, sia per la stabilità del governo sia per il rapporto con il paese. Il sindacato è disponibile, il governo no»
DAMIANO APPROVA - Il via libera agli scalini di Bonanni per superare l'ostacolo dello scalone è stato apprezzato dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano: «Mi sembra un importante passo avanti». Del resto, poco prima, lo stesso Damiano aveva dichiarato che i risparmi garantiti dallo scalone erano troppo ingenti per pensare a un'abolizione tout court della misura: «Abolire lo scalone costa, pensiamo a un suo ammorbidimento», aveva detto a Torino. Ma per fare ciò servono risorse, e quindi risparmi, da ottenere all'interno del sistema previdenziale stesso: «Per affrontare il tema - ha spiegato - dobbiamo trovare nuove risorse, oltre ai 2 miliardi e mezzo che abbiamo già stanziato. Il salto di tre anni voluto dal precedente lo riteniamo ingiusto».
CRITICHE A PADOA-SCHIOPPA. Che il tema delle pensioni - e quello, strettamente connesso, del Dpef - sia nevralgico per la tenuta del governo lo confermano anche le dure polemiche scatenate dalla lettera inviata a Prodi da quattro ministri. Una missiva molto critica spedita da Pecoraro Scanio, Mussi, Ferrero e Bianchi, in cui si prende di mira «la posizione con cui il ministero dell'Economia» gestisce il negoziato su Dpef e pensioni. «Così non va», hanno scritto i ministri, e hanno chiesto un «cambio di rotta». Per tutta risposta Prodi, attraverso una nota del portavoce Sircana, ha confermato «piena fiducia» nell'operato dei ministri. Il ministro dell'Interno Giuliano Amato se l'è cavata invece con una battuta: «Secondo me 4 ministri che scrivono a Prodi non sono molti - ha detto il «dottor Sottile» - Sono molto meno rispetto a se scrivono 4 ministri nel governo Sarkozy. In Francia sarebbero tanti, ma da noi...». Più caustico invece il ministro del Lavoro, Cesare Damiano: «Io non ho mai fatto dichiarazioni contro un altro ministro, anche quando non mi sono trovato d'accordo. In una coalizione si discute. E per discutere c'è la sede opportuna, che è il Consiglio dei ministri. Se si tira troppo la corda - ha aggiunto - il governo non regge, e cade».
DPEF E PREVIDENZA - Intanto, però, le acque restano agitate. Fabio Mussi, uno dei quattro minsitri «ribelli», ha detto che la sinistra non vuole affondare il governo Prodi («è una favola metropolitana») ma che «non ha alternative», se non rispettare i patti e il programma comune. «La lettera? - ha sottolineato Mussi - Non viene dai soviet ma dal programma dell'Unione. Non siamo irriducibili, non siamo estremisti. Estremista è votare un Dpef che non si conosce, votare un testo solo dopo averlo letto, invece, è riformista». Fabio Mussi ha poi aggiunto: «Non è possibile votare un documento che non si è letto", quindi se il Dpef sarà «pronto per giovedì 28, lo stesso in giorno in cui è prevista la riunione, chiediamo che il Cdm slitti di qualche giorno». Sul tema Dpef è intervenuto anche il vicepremier Francesco Rutelli: «Ne parleremo in sede di governo, ne discuteremo insieme. Non sfugge a nessuno che interventi per dare sostenibilità al sistema della previdenza sono indispensabili: lo capisce anche un bambino che se l'età della pensione si allunga oltre 80 anni, ci sono oltre 20 anni, e non più 10 o 15, per i nostri nonni di pensioni da pagare».


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