I benefici per 2,5 milioni di pensionati saranno varati con un decreto a settembre. La sinistra radicale chiede invece la cancellazione della legge Maroni
ROMA. In dirittura d'arrivo la trattativa governo-sindacati sulle pensioni. E' previsto un bonus una tantum a settembre di 250 euro, e dall'anno prossimo i pensionati sotto i 500 euro si troveranno 40 euro di pensione in più al mese, oltre alla rivalutazione annuale. Il governo ha pensato di dare come "una tantum" la cifra concordata con i sindacati. Gli aumenti invece entreranno a regime dal primo gennaio 2008. Il governo poi si è assegnato il compito di rivedere l'indicizzazione delle pensioni che, tutte, da quelle minime a quelle alte, perdono valore di acquisto.
E quindi la rivalutazione è problema di giustizia sociale, anche urgente, visto che la longevità della platea cresce ogni anno. L'aumento delle pensioni più basse verrà introdotto con un decreto legge che verrà varato dal governo nei primi giorni di settembre. I tempi sono dettati dai necessari 60 giorni per la conversione del decreto legge in Parlamento. Per lo ?scalone' la soluzione verrà definita nella finanziaria.
I tre segretari generali si sono presentati a Palazzo Chigi alle nove di mattina, in via ufficiosa, (la trattativa no-stop comincia oggi) per spiegare a Prodi che il governo doveva disincagliare la trattativa e mettere un punto alla riforma previdenziale. E per farlo entro la settimana era indispensabile superare lo "scalone" (in pensione dai 57 ai 60 anni con 35 anni di contributi a partire dal primo gennaio dell'anno prossimo secondo la riforma Maroni) ed era necessario che Padoa-Schioppa non mettesse il limite di due miliardi e mezzo per la riforma previdenziale, ma ammettesse che il "tesoretto" era di 5/6 miliardi come si vociferava negli uffici studi dei sindacati. Soprattutto si trattava di un extragettito strutturale che si sarebbe ripetuto negli anni a venire.
Alla fine i presenti, Prodi, Padoa-Schioppa, Letta e Damiano hanno allargato le braccia e di fronte alla determinazione dei sindacati («Non c'è altra strada per il governo», avrebbero fatto capire) hanno messo a disposizione un altro miliardo in più. Quindi "scalini" possibili e cioè: dall'anno prossimo si potrà andare in pensione a 58 anni e al 2010 si andrà in pensione con un coefficiente tra età pensionabile e età contributiva che dovrebbe fare 95, 96 o addirittura 97. Se i requisiti per andare in pensione vengono raggiunti, soprattutto la Uil insiste perchè ci siano incentivi a restare al lavoro in modo libero e volontario, incentivi non come il «bonus» di Maroni, ma come aumento dei contributi previdenziali. Il segretario della Cisl Bonanni ha ammesso che «la discussione procede discretamente: abbiamo avviato contatti utili per avvicinare le posizioni». Resta che sullo scalone addolcito la sinistra radicale mantiene la sua contrarietà attestata com'è sull'abolizione tout court.
I sindacati sono tornati al ministero alle 21,30 per mettere a punto almeno quel miliardo e 300 milioni di euro destinato fin dall'inizio dallo stesso governo ad aumentare le pensioni più basse. Il problema per i sindacati fino all'ultimo è stato: che cosa portiamo a casa per i pensionati che sono a 600 o 700 euro al mese? Probabilmente una soluzione potrebbe essere quella riforma della rivalutazione delle pensioni, che aveva assicurato lo stesso ministro del Welfare Cesare Damiano. I sindacati però fino all'ultimo hanno fatto l'ipotesi di dare aumenti sotto gli 872 euro al mese, magari in modo inversamente proporzionale, cioè dare aumenti maggiori alle pensioni di 512 euro e meno a quelle più alte. Così però la platea dei pensionati sarebbe cresciuta a quattro milioni, dividendo la stessa cifra complessiva di un miliardo e 300 milioni.
Resta il problema dell'età pensionabile che verrà affrontato stamane. Perchè, dicono i sindacati, i risparmi con l'accorpamento degli enti previdenziali, daranno soldi tra cinque anni. Oltre cioè quel 2010 che tuttora viene posto come soglia per l'entrata in vigore del nuovo sistema misto tra età e contributi.