Fine del conto alla rovescia per la previdenza complementare. Dal primo luglio è scattato infatti il meccanismo del silenzio-assenso: il Trattamento di fine rapporto dei lavoratori, in mancanza d'una scelta esplicita, finirà nel fondo di categoria oppure, in mancanza di esso, all'Inps. Chi è stato assunto dopo il primo gennaio di quest'anno, invece, ha ancora del tempo: il termine, in questi casi, è di sei mesi dalla data d'inizio del contratto. I dati ufficiali delle adesioni saranno annunciati dalla Covip solo a settembre, ma intanto il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che nei giorni scorsi ha anche inviato una lettera aperta ai lavoratori per sollecitarne la scelta, ha fissato l'obiettivo al 38-40 per cento per la fine del 2007. Nel frattempo, il consulente per la previdenza Giovanni Pollastrini ha parlato di un lento decollo delle adesioni, giudicando "largamente sottostimata" la quota di 200 mila iscritti dichiarati dal presidente della Covip, Luigi Scimia.
In attesa dei dati definitivi, dai sondaggi sembra comunque prevalere la volontà di lasciare la vecchia "liquidazione" in azienda. Secondo Gfk Eurisko, che alcuni giorni fa ha effettuato un'indagine per Assogestioni, il 63 per cento dei lavoratori (pari a 6 milioni di persone) ha firmato per lasciare il proprio Tfr in azienda, mentre la quota dei "silenti" è del 9 per cento. Da un'altra indagine, effettuata da Ipr Marketing per il Sole 24 Ore del Lunedì, si evince che resteranno in azienda 11,2 miliardi di euro su un monte complessivo del Tfr annuale di 18,9 miliardi. Il valore del Tfr confluito nei fondi pensione, secondo la ricerca, ammonta a circa 8 miliardi di euro, di cui 6,2 miliardi destinati esplicitamente alla previdenza complementare. I lavoratori che non hanno comunicato la scelta rappresentano l'8 per cento del totale, con una dote di 1,5 miliardi. Tra quelli che hanno lasciato il Tfr in azienda - sostiene l'indagine del Sole -, il 55 per cento si dice disposto a ripensarci, in attesa di valutare l'effettivo rendimento dei fondi, valore che sale al 62 per cento per i dipendenti con età compresa tra i 35 e i 54 anni. Quasi la metà di coloro che hanno deciso di lasciare il Tfr in azienda, infine, parla di una scelta definitiva. Ne sono convinti soprattutto i lavoratori oltre i 55 anni.
Quello del 30 giugno, tuttavia, non è un limite definitivo. Ecco, in sintesi, le possibilità che i lavoratori dipendenti hanno a partire da oggi.
Tfr in azienda, si può cambiare idea in qualsiasi momento
Chi ha lasciato il Tfr in azienda può cambiare idea quando crede. Per farlo, dovrà comunicare al datore di lavoro l'intenzione di aderire alla previdenza complementare specificando il fondo in cui versare il Tfr maturando, adesione che diventa irreversibile. In caso di scelta del fondo negoziale di categoria professionale e di versamento supplementare rispetto alla quota Tfr, al lavoratore andranno anche i benefici d'un ulteriore versamento da parte del datore di lavoro. I lavoratori che versano una quota supplementare a fondi aperti o Pip (piani integrativi previdenziali) sono, per il momento, esclusi da questi benefici.
Tfr in un fondo, rimarrà vincolato per almeno due anni
Chi ha scelto un fondo per la previdenza complementare ha l'obbligo di rimanervi per almeno due anni e solo dopo potrà, se lo riterrà opportuno, cambiare destinazione scegliendo un altro fondo o un Pip. Non sarà più possibile, comunque, riportare il Tfr nelle casse dell'azienda. Anche chi aderisce a un fondo ha diritto, come accade per il Tfr in azienda, a chiedere un anticipo pari al 75 per cento della quota maturata in caso di acquisto o ristrutturazione della casa per sé o per i figli, ma solo dopo otto anni dall'iscrizione al fondo e in qualsiasi momento in caso di spese sanitarie. Alla pensione, il lavoratore otterrà il 50 per cento del capitale maturato, mentre il resto sarà erogato mensilmente sotto forma di pensione integrativa. Si matura il diritto alla rendita al momento del pensionamento, purché si siano versati almeno cinque anni di contributi. Nel caso non si raggiungano i cinque anni si recupera solo il capitale e il suo rendimento.
Nessuna scelta, previdenza complementare per almeno due anni
Chi non ha effettuato alcuna scelta si ritroverà iscritto alla previdenza complementare in forza del silenzio-assenso. Anche per questi lavoratori vale l'obbligo di permanenza di almeno due anni nel fondo di categoria, esattamente come per chi ha scelto esplicitamente la previdenza complementare. Nel caso in cui in un'azienda siano presenti più forme pensionistiche complementari, il datore di lavoro è obbligato versare la quota del "silente" nel fondo col maggior numero di iscritti al 1 gennaio 2007.