ROMA Prove di intesa sul nodo dello "scalone". Il ministro del Lavoro Damiano si augura di chiudere entro l'estate ed è disponibile a lavorare sull'ipotesi che prevede il prossimo anno l'uscita a 58 anni e un sistema di incentivi da verificare nel 2010. Una proposta non lontana da quella avanzata nei giorni scorsi dai sindacati e caldeggiata in particolare dalla Cgil: ed infatti ieri i tre segretari hanno manifestato il proprio apprezzamento con un comunicato congiunto, chiedendo la riapertura del confronto. Il miglioramento del clima viene salutato con favore anche dal presidente del Consiglio, anche se ora però Palazzo Chigi attende i fatti. Questa soluzione da sola non mette però al riparo i conti previdenziali da possibili ingenti falle già nel 2009; e non convince quindi il ministero dell'Economia; per questo Padoa-Schioppa sarebbe irritato ocn il suo collega di governo. Ieri comunque il ministro ha fatto solo un accenno indiretto al tema, sostendendo che «un sistema pensionistico che penalizza i giovani significa rompere un equilibrio». Sul piano politico poi resta insoddisfatta Rifondazione, che insiste per cancellare completamente lo "scalone".
Oggi al ministero del Lavoro ci sarà un incontro per decidere le modalità degli aumenti delle pensioni basse. Sarà l'occasione per riprendere a parlare. Al suo attivo il governo può vantare gli impegni in tema di welfare presi con il Dpef e con il decreto che distribuisce per il 2007 oltre 6 miliardi di risorse.
Si tratta ora di superare lo stallo della settimana scorsa, quando il negoziato si era arenato proprio sul modo di verificare l'efficacia degli incentivi. Il governo proponeva un sistema automatico, in base al quale in assenza di risultati sarebbe dovuto scattare un super-scalone, che avrebbe portato l'età minima di pensionamento al valore massimo previsto dalla riforma Maroni, ossia i 62 anni. Soluzione indigeribile per i tre sindacati ed in particolare per la confederazione guidata da Epifani.
Rimuovere questo ostacolo avvicinerebbe in modo decisivo le posizioni. Un meccanismo del genere però rischia di risultare difettoso dal punto di vista delle compatibilità finanziarie. Si avrebbero infatti per i primi due anni, in particolare dal 2009, maggiori uscite rispetto a quelle stimate con le regole in vigore, tanto più elevate quanto minore sarà l'adesione dei lavoratori agli incentivi volontari. Il governo cercherà dunque di fissare qualche paletto di garanzia per il 2010, altrimenti si avrebbe di fatto un rinvio del problema a chi governerà tra tre anni.
D'altra parte se gli incentivi funzionassero, questo porterebbe conseguenze negative negli anni successivi. I premi ipotizzati per i lavoratori sono infatti molto diversi dal "superbonus" della riforma Maroni, che hanno avuto del resto effetti insoddisfacenti. Nel primo caso infatti finivano in busta paga - esentasse - i contributi previdenziali cui il dipendente rinunciava. Gli incentivi di cui si discute ora consistono invece nel rendere più "pesante" l'aliquota di rendimento di ciascun anno lavorato dopo aver maturato il diritto alla pensione (dal 2 al 3 per cento). Dunque i lavoratori interessati, una volta lasciato il proprio posto, dovrebbero ricevere trattamenti più generosi.
Dall'opposizione e anche da Confindustria sono arrivati inviti al governo a non tornare indietro. Per Montezemolo sarebbe «antistorico» cambiare le leggi Dini e Maroni. Mentre per il leader dell'opposizione Berlusconi il sistema basato sullo scalone è perfino «troppo poco».