ROMA. Si apre una settimana decisiva per il confronto sulla riforma previdenziale. Oggi si parte dalle pensioni minime, poi potrebbe essere la volta dello scalone. La trattativa sembra in stallo su entrambi i punti, dopo la rottura dei negoziati sugli assegni più bassi avvenuta la scorsa settimana e l'impasse del governo sull'innalzamento dell'età pensionabile.
La svolta del presidente del consiglio, Romano Prodi, che ha evocato a sè il lavoro di riforma, potrebbe però imprimere un'accelerazione, anche se non è escluso che le modifiche dello scalone possano slittare nella Finanziaria.
Sul tavolo del ministero del Lavoro è arrivata la lettera in cui i sindacati chiedono un aumento di 40 euro mensili per le pensioni da contribuzione che stanno sotto la soglia dei 654 euro al mese, cioè fino a 8.502 euro l'anno, per una platea fra i 3 e i 3,5 milioni di cittadini.
L'ipotesi su cui si lavora, dopo lo strappo di mercoledì scorso, sembra però quella di un aumento medio di 29 euro. Il capitolo minime procede parallelamente al più scottante problema dello scalone, che divide il governo, ma anche i sindacati.
All'interno dell'esecutivo, l'intransigenza della sinistra, che non piace affatto ai riformisti, a partire dal vicepremier Francesco Rutelli, lascia spazio alla lieve apertura del leader di Rifondazione comunista, Franco Giordano.
Il segretario del Prc accetta lo scalino dei 58 anni (con l'eccezione dei lavori usuranti e di chi ha già a 57 anni 40 di contributi) e propone un sistema di incentivi per rimanere al lavoro.
Un'ipotesi che incontra però solo in parte la soluzione più accreditata, quella di due scalini a 58 e 59 anni (il primo nel 2008, il secondo tra 2009 e 2010) con l'adozione poi, dopo il 2011, del sistema delle quote ripartite tra età e contributi (si parla di una somma a 96 anni).
L'ex ministro Lamberto Dini, autore della riforma del '95, insiste invece sulla possibilità di alzare l'età pensionabile delle donne, in modo da trovare all'interno del sistema previdenziale le risorse per superare lo scalone. Ma le divisioni non sono solo nel governo e nella maggioranza. Anche nei sindacati le linee sono diverse, persino divergenti.
Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ribadisce ancora una volta che l'abolizione dello scalone «non è questione di vita o di morte».
La Uil ha invece già fatto sapere che l'ipotesi dei 58-59-96 non è affatto convincente, mentre la Cgil ha aperto, al momento, unicamente sul primo scalino a 58 anni.