La maratona tra governo e sindacati sta raggiungendo un primo e importante risultato nella trattativa sulla questione delle minime
ROMA. Qualche passo avanti e oggi pomeriggio forse la fumata bianca, un accordo almeno per le pensioni minime. Così sindacati e governo ieri pomeriggio hanno commentato l'ennesimo incontro per definire gli aumenti alle pensioni più basse. Una cosa sembra accertata: la platea di 3 milioni di pensionati che riceverà l'una tantum sarà all'incirca anche quella che avrà la rivalutazione delle minime che dovrebbe costare, a regime, 1 miliardo e 300 milioni al governo. Il motivo del dissenso è stato proprio l'individuazione dei criteri per far scattare gli aumenti. Secondo i sindacati bisogna tenere presente i contributi da lavoro in ogni caso. Secondo il ministro del Welfare Cesare Damiano il criterio è invece assistenziale e contributivo assieme, cioè deve valere la somma dell'assegno percepito al mese. I sindacati sostengono che chi ha lavorato, in ogni caso, deve ricevere un riconoscimento e ieri sera si è convenuto che sarà un mix di anni di contribuzione e assistenza che verrà messo insieme nei criteri di selezione. Nell'assistenza verranno comprese circa 300.000 pensioni sociali sui criteri dell'entità (verranno favorite le più basse) e dello stato di salute.
Molto ottimismo quindi anche da parte del ministro Cesare Damiano che parla appunto di 3 milioni di pensionati che dovrebbero ricevere qualche soldo. Un aumento che, in media, i sindacati calcolano di 34 euro al mese, non ufficialmente. I lavoratori autonomi sono allarmati perché il criterio delle somme versate come contributi, a parità di anni, li vede molto più in basso dei lavoratori dipendenti. Inoltre c'è la discriminazione dell'età: i lavoratori autonomi vanno in pensione sempre un anno più tardi. «Qualunque riforma pensionistica venga fatta» ha detto Giancarlo Sangalli segretario della Cna «occorre correggere la discriminazione nei confronti degli artigiani per i quali l'età pensionabile è sempre più alta di un anno. Senza contare che il principio del lavoro usurante non può valere solo per i lavoratori dipendenti», ha aggiunto Sangalli.
Il problema dei problemi è il superamento dello «scalone» (il salto di tre anni fino ai 60 anni di età, con 35 anni di contributi, per andare in pensione dal primo gennaio, una legge del vecchio governo). Per una proposta che mette d'accordo tutti si aspetta il ritorno del premier Romano Prodi, anche se Lamberto Dini continua a mandare messaggi di ostilità a qualsiasi eccezione al superamento dello scalone. Ieri ha detto che si può graduare l'età pensionabile, ma ha avvertito che «non si deve generalizzare il lavoro usurante, altrimenti tutto può diventare usurante».
I tre sindacati hanno posizioni leggermente diverse: la Uil insiste nella libertà di scelta individuale e quindi nel mix tra età e contributi; la Cisl sostiene che il problema dell'età pensionabile è un falso problema; la Cgil vedrebbe di buon occchio se si andasse in pensione a 58 anni dal primo gennaio e poi si facesse un mix la cui somma deve essere 97.