ROMA - Il piano di Berardino Libonati arriva oggi sul tavolo del cda. Sugli ultimi dettagli ha lavorato a fondo anche ieri il team del superdirettore Giancarlo Schisano, ma le linee guida del piano industriale capace di salvare Alitalia dalla liquidazione sono già ben definite. Il presidente Libonati spiegherà al consiglio che per dare un taglio secco alle fonti di perdita è necessario fare una dieta sulle rotte e ritoccare le frequenze, soprattutto sul fronte intercontinentale, come anticipato ieri da Il Messaggero. E se per fare questo la strada obbligata è il ridimensionamento dell'attività internazionale su Malpensa, allora Libonati è determinato a farlo. E intende andare avanti non certo per avere un ruolo nel derby tra Fiumicino e Malpensa. Ma perchè per dimezzare il rosso di una compagnia che perde ben oltre un milione al giorno la strada indicata dall'esperto giurista è quella di tagliare (o comunque ridisegnare) le tratte con profittabilità negativa. Tra queste ultime ci sono soprattutto alcuni collegamenti intercontinentali che partono proprio da Malpensa, visto che il 60% dei voli Alitalia è concentrato a Milano (in buona parte tratte a lungo raggio). Ecco perchè, se la scelta sarà quella di lasciare a terra almeno una trentina di aerei nell'arco di due anni, a farne le spese non potrà che essere Malpensa, con un taglio di circa il 30%. Nello stesso tempo Alitalia può avere le forze per concentrarsi su Fiumicino e difendere il traffico cosiddetto incoming (in arrivo), più legato al turismo e più difficile da recuperare una volta lasciato spazio alla concorrenza. Al contrario, un ridimensionamento anche solo temporaneo di Malpensa sarebbe più facile da riagganciare tra qualche anno.
Così, finirebbero nel mirino un pacchetto di voli charter e alcune destinazioni verso l'Oriente, in rosso fisso anche nel 2007. Ma l'idea è anche quella di mantenere un presidio su alcuni collegamenti più frequentati dai viaggiatori del Nord. Ritocchi in vista anche per le rotte Oltreoceano, con tagli ad alcuni collegamenti e maggiori frequenze su altri.
Fin qui le linee strategiche individuate dal tandem Libonati-Schisano che attendono ancora il via libera del Tesoro. In realtà, almeno informalmente, Libonati avrebbe già incassato un sostanziale ok dal governo, insieme all'invito a traghettare la società nei prossimi mesi. Ma il via libera ufficiale non potrà non tener conto delle scelte che farà via XX Settembre dopo il fallimento della gara. Un piano in grado di difendere i flussi di cassa di Alitalia per almeno un anno è il presupposto necessario per avviare una trattativa privata e traghettare la società verso l'ingresso dei nuovi soci. A patto, però, che le strategie di Libonati non inciampino negli interessi che ruotano intorno allo scalo lombardo. «Sono preoccupato per Malpensa - ha commentato ieri il presidente della Lombardia Roberto Formigoni - purtroppo Alitalia sta fallendo per la sua pervicacia ad essere romanocentrica». Sul destino di Alitalia il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa si è impegnato a riferire alla Camera il 26 luglio. Ma le ipotesi sul tavolo sembrano ridotte a due: trattativa diretta o liquidazione per la compagnia. Lo stesso Padoa-Schioppa lo ha detto chiaramente ieri in un'intervista al Corriere della Sera. Ma a dare il senso del clima che si respira nei palazzi della politica dopo il fallimento della privatizzazione è lo scontro scattato ieri tra Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e il suo collega dei Trasporti Alessandro Bianchi: il primo che sollecitava di portare in tribunale i libri di Alitalia («oppure «si venda la compagnia anche a chi offre un euro, se si impegna a risanarla) e il secondo che lo rimbrottava: «Eviterei di fare fughe in avanti e di dire cose non meditate». Mentre per il vicepremier Francesco Rutelli «la partita non è chiusa», rilanciando l'idea di un'offerta di vendita competitiva. E a piazza Affari, il titolo Alitalia fa un altro tonfo del 3,10% a 0,74 euro.