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Data: 21/07/2007
Testata giornalistica: Il Centro
La sinistra radicale non ci sta. Delusi Giordano e Diliberto: la battaglia continua. Esultano D'Alema, Veltroni e Bindi, freddi Bonino e Dini, okay da Mussi e Pecoraro Scanio

E al Senato già si annuncia una navigazione difficile

ROMA. Il governo Prodi centra un obiettivo tutt'altro che scontato, anche se provvisorio. Incassa l'accordo con i sindacati e scongiura una possibile crisi prima dell'estate che molti vedevano come probabile. Sull'accordo con i sindacati nel Consiglio dei ministri si è registrato infatti un largo consenso (senza votare), ma si sono anche registrate le perplessità da una parte di Emma Bonino, che avrebbe voluto una riforma più incisiva, dall'altra di Paolo Ferrero che ha criticato gli «scalini» troppo pesanti. La maggioranza «reggerà» alla prova del Parlamento il prossimo autunno, si dice convinto Prodi, «perché l'accoglienza è stata generalmente buona e credo anche perché viene alla fine di un processo che è coerente e che non si può considerare isolato».
Con l'accordo raggiunto, aggiunge il premier, «non sarà preso un euro dalle tasse. I dieci miliardi di euro per mettere a posto le pensioni devono essere presi all'interno del sistema», cominciando «con l'unificazione degli enti previdenziali». E la cosa più importante, dice Prodi, è che sia stata cancellata l'ingiustizia dello scalone.
Le dissociazioni più pesanti sono arrivate però ieri pomeriggio da Rifondazione comunista e dal Pdci che giudicano la partita ancora aperta e tornano ad annunciare battaglia in Parlamento. La sinistra radicale si è però spaccata a sua volta, con i Verdi e la Sinistra democratica di Mussi schierati a favore dell'accordo.
Di certo non mancheranno problemi alla navigazione parlamentare della riforma. Innanzitutto perché la solita pattuglia di senatori irriducibili, gli ex di Rifondazione e Pdci, Turigliatto e Rossi, oltre a Fosco Giannini, della minoranza interna di Rifondazione, già annunciano voto contrario anche se dovesse essere imposta la fiducia. Il che significa che al Senato l'Unione non ha i numeri senza il soccorso dei senatori a vita.
Da parte sua l'opposizione attacca l'accordo «scellerato», ma anche le divisioni ancora espresse nel centrosinistra. «Penso che questa riforma sia un controsenso visto il continuo aumento della capacità di lavoro legato alle condizioni di migliore qualità della vita», sostiene Silvio Berlusconi.
C'è invece grande soddisfazione all'interno del Partito Democratico. «E' un momento importante per il governo e per il Paese», assicura Massimo D'Alema. Per Walter Veltroni l'accordo sulle pensioni è un passo importante verso quel «patto fra le generazioni» che aveva indicato, ma anche la conferma della bontà del metodo della concertazione. E Rosy Bindi esulta: «È un grande risultato di una politica davvero riformatrice: abbiamo corretto una riforma iniqua, eliminando lo scalone e restituendo ai lavoratori ciò che la Cdl aveva tolto».
Per la maggioranza l'allarme resta però legato soprattutto a Rifondazione dove le acque restano più che mai agitate. L'opposizione già dichiarata della Fiom di Giorgio Cremaschi («più che delusione, c'è rabbia», ha attaccato ieri il segretario dei metalmeccanici) rappresenta una spina nel fianco per il partito di Bertinotti che teme di perdere pezzi. Tanto che Franco Giordano ha confermato ieri che il «popolo» di Rifondazione sarà addirittura chiamato a decidere con un referendum interno se restare o meno al governo.
Sulla stessa linea anche Oliviero Diliberto che esprime «grande delusione» e assicura che «la battaglia non è finita» e continuerà nelle aule parlamentari. Per Il verde Pecoraro Scanio si tratta invece di un «ottimo compromesso», anche se Paolo Cento avverte che l'esito del referendum dei sindacati presso i lavoratori «dovrà essere vincolante».
La contrarietà della sinistra radicale è stata in qualche modo bilanciata, sull'altro fronte, dalla delusione o almeno dalla freddezza della parte più «liberal» del governo. Per la Bonino la proposta sulle pensioni è «poco ambiziosa» e tesa a salvaguardare solo gli interessi dei «soliti noti», ma non quelli delle generazioni future. Lamberto Dini avverte che quello raggiunto è il «compromesso minimo».

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