Tutti abbiamo paura del nulla. Ma solo se non evitiamo questa paura, possiamo diventare l'umile terreno dove può generarsi qualcosa più grande di noi, qualcosa come il divino. Dal confronto doloroso con il nulla può arrivare la grazia che ci fa vivere una più nobile vita. È vero che questo confronto strappa carne alla nostra carne, e quasi confonde la naturale circolazione del nostro sangue; ma apre alla consapevolezza del niente che siamo, del niente che possiamo, ed è capace perciò di esaltare la capacità creativa dell'uomo, di spingerla in territori che la nostra piccola ragione non riesce neanche ad immaginare.
E creando, l'uomo diventa simile a Dio. Non la conoscenza, infatti, ci fa biblicamente uguali a Dio (l'acme del pensabile per l'uomo), ma la capacità creativa. Non a caso il massimo attributo del Dio cristiano non è «il Sapiente» ma «il Creatore». La creazione è la più nobile e la più gratificante delle attività possibili.
Il contadino (e c'è stato un tempo in cui quasi tutti gli uomini erano contadini) non doveva solo gettare i semi tra la terra, per poter poi mangiare il grano. No, il contadino con la semina e il raccolto partecipava ad un processo creativo, che per miracolo trasformava il chicco in una spiga di grano prima, e nel pane poi. E l'incertezza del raccolto era parte fondamentale della gioia. Anche l'artigiano non ignorava la gratificante attività di trasformare il quasi-niente della materia, in qualcosa funzionale alle esigenze dell'uomo. E dentro la funzionalità, la bellezza era quasi sempre il motore trainante. E poi la donna, con la sua naturale capacità di creare altra vita, era totalmente dentro la gioia del processo creativo. E poi ancora i cosiddetti artisti: capaci di dare evidenza e valorizzazione sociale e religiosa a questa diffusa sensibilità generativa.
Guardiamoci intorno oggi; stiamo trasferendo sempre più la gioiosa capacità creativa dagli uomini alla tecnologia; ma così non stiamo «arricchendo» la tecnologia, stiamo solo menomando la nostra vita. Stiamo amputando l'uomo della sua più gratificante (e perciò fonte di equilibrio) risorsa spirituale. Solo un uomo così impoverito (al punto tale da non aver più alcuna consapevolezza della sua povertà), sa buttarsi a capofitto sui saldi di fine stagione per sperare di catturare così un po' di felicità. Ma con i surrogati non si va lontano; e infatti si aspettano freneticamente i prossimi saldi, per tentare di entrare finalmente in paradiso. La creazione ci rende consapevoli della nostra irrilevanza nel processo creativo; il consumismo esalta invece la volontà dell'io. Ci illude di essere padroni di un mondo manipolabile dai nostri capricci. Ci rende perciò arroganti e presuntuosi; ci fa sconfinare dai limiti che ci appartengono; illude l'Occidente senza speranza e senza fede, che questo-uomo-qui sia il degno sostituto dell'Assoluto.
Perdiamo sempre più confidenza col vuoto e col nulla. E questa folle rincorsa per darci «certezze» e salvare così la nostra vita, ce la farà dannare. Questa mancanza di fiducia nell'affrontare a viso scoperto il niente, ci priva delle risorse per creare, e ci riduce sempre più nella condizione di bulimici consumatori.
Consumiamo la vita, l'arte, l'amore perché ci interessa entrare nel Guinness dei primati, e non ci interessa invece passare dalla condizione dei primati a quella degli uomini. Noi consumiamo sempre più; le macchine lavorano per noi, eppure questa nostra condizione non sembra in grado di sfamare il nostro cuore. Forse perché l'aumento dei consumi non può avvicinarci al cielo; nonostante quello che pensano i testimonial di una spiritualità asservita alla teologia del mercato. O recuperiamo l'onesta esperienza del nulla, ed allora recuperiamo anche la gioia senza perché della bellezza e dell'amore creativi, oppure ci blindiamo dentro le nostre sicurezze: ciechi all'azzurro e al divino, per consumare un pane emancipato dal sudore e della fatica, ma privo anche del sapore della libertà e della gioia.
(Federconsumatori)