ROMA Una bocciatura secca, anzi uno schiaffo alla segreteria della Cgil. Parlano i numeri: 125 voti contrari su 159 votanti; solo 31 voti a favore; tre astensioni. La Fiom, la potente organizzazione dei metalmeccanici cigiellini, ha respinto così l'accordo sul welfare siglato il 23 luglio scorso da Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Voto annunciato, ma ugualmente dirompente. A produrre e sottoscrivere il documento che impallina il protocollo e i suoi firmatari, il leader della categoria, Gianni Rinaldini. A difenderne le ragioni Fausto Durante, l'esponente più vicino a Epifani. E' la prima volta dal 1946 che una federazione si esprime contro l'organizzazione centrale. Anche se alcuni sono pronti a giurare che così non è, perchè anche la riforma delle pensioni del '95 non porta la sigla dei metalmeccanici.
Lo strappo certamente non produrrà la disdetta dell'intesa firmata con il governo ed è facile immaginare che il referendum, previsto per l'otto, il nove e dieci ottobre, confermerà la validità del protocollo, ma è anche certo che il verdetto uscito ieri dal comitato centrale della Fiom apre una crisi all'interno della confederazione di corso d'Italia. La "rivolta" dei metalmeccanici cigiellini non ha colto di sorpresa il governo. Dice Prodi: «L'accordo è stato firmato da tutti. Se la Fiom si è discostata ritengo che abbia il diritto di esprimere posizioni di minoranza. D'altra parte era abbastanza scontato». «Si tratta di una decisione annunciata», taglia corto il sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta. Certo sono nel giusto il ministro del Lavoro Cesare Damiano e quello per l'Attuazione del programma, Giulio Santagata, quando dicono che l'accordo è stato firmato con Cgil, Cisl, Uil, Ugl (e, dunque, travalica il potere della categorie) però non sbaglia neppure il pasdaran della Fiom, Giorgio Cremaschi, quando replica che «un referendum che non voglia essere un plebiscito, deve tener conto delle ragioni del no». Preoccupato Bonanni (Cisl): «La dicisione della Fiom peserà sull'unità dei lavoratori e sulla forza del sindacato».
Ieri l'altro Epifani, che evidentemente era stato allertato circa i rischi connessi al voto, aveva sottolineato come la bocciatura «avrebbe aperto un problema». Il leader della Cgil nella circostanza aveva ricordato le misure positive previste dall'intesa anche se aveva pure ammesso alcune manchevolezze, rilevate già in sede di firma e che avevano spinto la confederazione a produrre, a suo tempo, un giudizio positivo anche se con riserva. Ieri, a caldo, Epifani si è limitato a spiegare che il protocollo di luglio «va valutato assumendo una logica di confederalità. Logica che non ritrovo nella scelta fatta dalla Fiom».
Questa mattina Epifani, Bonanni e Angeletti dovranno convincere i delegati degli esecutivi unitari che l'accordo di luglio, pur non non avendo raggiunto il massimo dei risultati, è comunque apprezzabile perchè offre maggiori garanzie previdenziali ai giovani, perchè elimina lo "scalone" previsto dalla Maroni, perchè rafforza le tutele del welfare. E, soprattutto, è un accordo che non si tocca. Ragioni che non sono per nulla condivise dalla Fiom che già al momento della firma aveva fatto scattare la propria bocciatura, allineandola a quella della sinistra radicale che il 20 ottobre scenderà in piazza (compresi alcuni ministri e segretari di partiti) per contestare il protocollo. Non per niente il capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi, precisa che «il voto della Fiom è in difesa dei lavoratori». «Si tratta di critiche fondate e condivisibili», secondo il segretario del Prc, Franco Giordano. A voler imbastire una banale similitudine si potrebbe dire che la Fiom sta alla sinistra radicale come la Cgil sta alla maggioranza di governo. Il referendum, a meno di clamorosi per quanto improbabili colpi di scena, darà ragione a Epifani, Bonanni e Angeletti, ma lo strappo della Fiom apre una delicata discussione all'interno del maggiore sindacato italiano. Il rischio maggiore è che il vertice di corso d'Italia possa correggere la politica sindacale spostandola verso sinistra e, di conseguenza, rendere più difficoltosi i rapporti con Cisl e Uil. «Quel che conta alla fine - avverte il ministro Damiano - è il giudizio dei lavoratori». «E i lavoratori diranno sì», sentenzia Piero Fassino.