Iscriviti OnLine
 

Pescara, 09/05/2026
Visitatore n. 753.790



Data: 18/09/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Rischia il posto chi parla male dell'azienda. La Cassazione cancella l'assoluzione: nuovo processo a un'infermiera

ROMA. Rischia di andare incontro al licenziamento il lavoratore che parla male dell'azienda per cui lavora, diffondendo notizie in grado di ledere l'immagine della struttura. Lo sottolinea la Cassazione, annullando con rinvio una sentenza della Corte d'appello di Milano che, nel 2004, aveva confermato l'illegittimità del licenziamento, in primo grado, intimato ad un'infermiera professionale e capo sala, dipendente di una struttura ospedaliera.
I giudici avevano ritenuto che i fatti in contestazione («espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale» e divulgazione di addebiti contenuti in una lettera di contestazione relativi al ritrovamento di prodotti scaduti presso il blocco operatorio) non integrassero una giusta causa, nè un giustificato motivo oggettivo di licenziamento.
Contro tale decisione aveva presentato ricorso in Cassazione la struttura ospedaliera, secondo la quale l'infermiera, diffondendo notizie riservate, aveva leso «l'estimazione di serietà di una struttura particolarmente nota e di alto prestigio». Per gli «ermellini» della sezione lavoro (sentenza n.19232), il ricorso è fondato: nel caso in esame, rilevano, «una valutazione globale del comportamento è assolutamente assente» e i singoli fatti addebitati «non sono stati in alcun modo valutati nell'ambito della particolare delicatezza della funzione assegnata (infermiera professionale in un ospedale), dello specifico settore in cui il lavoro si svolgeva (blocco operatorio), della elevata responsabilità che ne conseguiva e della fiducia che esigeva». Inoltre, la Corte d'appello non ha dato «ragione alcuna della ritenuta assenza di danno - aggiungono ancora i giudici di piazza Cavour - che la divulgazione (anche nei confronti dello stesso personale dell'azienda, nonché per la diffusiva potenzialità verso l'esterno) della notizia assumeva per l'immagine di una struttura ospedaliera». Per questo, conclude la sentenza, il caso dovrà essere rivisto dalla Corte d'appello di Brescia.
Carlo Leoni, vicepresidente Sd della Camera, si dice «molto preoccupato delle conseguenze che può determinare la sentenza della Cassazione. «Il lavoratore - afferma - non è un socio ma un dipendente dell'azienda, i cui diritti di opinione e di libera manifestazione del pensiero sono tutelati dalla Costituzione, al pari del diritto di sciopero e, quindi, di critica attiva nei confronti di scelte sbagliate o di comportamenti delle aziende che fossero lesivi della dignità dei lavoratori. Tutti debbono ricordare - conclude - che la nostra, come recita la Costituzione, è una Repubblica fondata sul lavoro, e non sulle aziende».
Parla di «ritorsione» Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil. «Non viene licenziato chi arriva al patteggiamento per aver rubato nella Pubblica Amministrazione - dichiara Nerozzi - o chi ha intrattenuto rapporti con i criminali, o ancora, chi per sei mesi non si presenta al lavoro. Per contro, rischia di essere licenziato chi si lamenta delle disfunzioni di un posto di lavoro che, magari vorrebbe far funzionare meglio».

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it