«Scendano in campo imprese e banche italiane. Fiumicino è un hub naturale»
ROMA - AAA, soci italiani cercasi. Industriali. Finanziari. E che portino in dote un'alleanza internazionale. Una partnership, sia chiaro. Che arrivi dalla Francia, dalla Germania o dall'Asia, non fa differenza. Purchè non si trasformi in una "colonizzazione". Il manifesto di Francesco Rutelli per Alitalia recita così. Da vicepremier con deleghe sul turismo, Rutelli sa bene che «un sistema sempre più debole di trasporto aereo è destinato a minare la competitività dell'Italia nel turismo». E non si dimentica certo quando da sindaco di Roma ha combattuto duramente contro la scelta di Prodi di dar vita al secondo hub a Malpensa. Pagata poi a caro prezzo. Ora questo «dibattito sul salvataggio di uno dei due aeroporti, in quanto hub intercontinentali, è davvero superato». E rimane il fatto che Fiumicino è un hub naturale. Ma la priorità è «avere una strategia Paese del trasporto aereo». E cioè contare su una compagnia nazionale, seppure attrezzata con una partnership internazionale. E affrontare il nodo cruciale degli aeroporti. «Malpensa ha i suoi peggiori nemici negli scali del Nord. E Fiumicino ha responsabilità precise, in termini di investimenti mancati e degrado nella qualità dei servizi». Ora il management Alitalia ha fatto una scelta "economica" che mette sul piatto la raccolta dei flussi di passeggeri. La politica non c'entra. E «se l'Alitalia ripartirà, sceglierà l'hub che preferisce sul piano industriale. Senza indirizzo dal governo, ancora una volta».
I contatti del presidente Prato con i possibili acquirenti sono appena iniziati, ma salgono ogni giorno di più le quotazioni di Air France. Che ne pensa?
«La partita è ancora aperta e Prato è persona competente. E' per questo motivo che invito il mondo delle imprese e delle banche italiane a scendere in campo per costituire una o più cordate che non facciano sfilar via l'Alitalia al Paese. In gioco c'è un ruolo importante in un settore, come quello del trasporto aereo, che crescerà del 3% all'anno. E che vedrà irrompere nei prossimi 20 anni almeno mezzo miliardo di nuovi viaggiatori dei paesi asiatici. Di fronte a questo, l'Italia, per la capacità di attrattiva nel turismo e per il made in Italy oltre che per le esigenze del mercato interno, non può diventare tributaria degli interessi nazionali altrui».
Che caratteristiche deve avere questa cordata?
«Deve avere competenze nel settore del trasporto aereo e un piano industriale competitivo. Certamente deve anche poter contare su una consistenza finanziaria notevole. Perchè non si tratta di mettere benzina in un serbatoio che si sta esaurendo, ma di investire. Innanzitutto nella flotta. Ultimo tassello: il nuovo socio deve portare una alleanza internazionale».
Va bene anche stringere ancora di più i rapporti con Parigi?
«Ben venga un accordo con un partner europeo. Così come non sottovaluto l'importanza di un'alleanza operativa con uno o più vettori asiatici. L'importante è che il soggetto italiano di questa alleanza non sia un docile strumento che non conta nulla, nelle mani di una strategia concentrata su Francoforte, su Parigi o su Londra. Insomma, deve entrare robustamente e non da vassallo».
La Air One di Carlo Toto ha le caratteristiche a cui pensa lei?
«E' chiaro che sarebbe razionale aggregare Alitalia con Air One. E ci sono tutte le condizioni perchè si replichi in Italia il modello francese o tedesco in cui la compagnia di bandiera ha raccolto sotto la sua bandiera i vettori regionali. In quei casi le autorità antitrust non hanno avuto nulla da dire. E la stessa cosa ha fatto la Commissione Ue. Perchè il governo ha messo in campo la connessione tra queste operazioni di aggregazione e l'esistenza stessa di una compagnia».
Nonostante l'appoggio di Intesa Sanpaolo, c'è chi mette ancora in dubbio le capacità finanziarie dell'imprenditore abruzzese per rilanciare Alitalia....
«Non spetta a me giudicarlo. Chi si candiderà dovrà avere tutte le carte in regola».
Tra l'Alitalia di oggi e il nuovo socio, ci sono le polemiche sulla scelta di ridimensionare Malpensa e potenziare l'attività a Fiumicino...
«Negli ultimi anni c'è stato un cambiamento forte nel Paese. Avevamo un'identificazione tra Alitalia e gli aeroporti, finchè la compagnia copriva una quota schiacciante del mercato. Oggi Alitalia è scesa sotto il 50% del mercato nazionale e vanta solo una frazione dei voli intercontinentali. Tutto questo rende davvero superato il dibattito che affida alla compagnia il salvataggio di questo o quell'altro aeroporto».
Quindi che bisogna fare?
«E' tempo di avere una strategia-Paese del trasporto aereo Che significa tutelare l'interesse della compagnia, seppure accompagnata da un'alleanza internazionale forte. Ma vuol dire anche affrontare il problema degli aeroporti. Da una parte Malpensa è stata massacrata dall'enorme crescita degli aeroporti del Nord, a partire da Linate. Sarei curioso di sapere quante volte gli amministratori della Lombardia sono andati all'estero partendo da Linate piuttosto che da Malpensa. Fiumicino, da parte sua, ha conosciuto un degrado molto grave nella qualità dei servizi, e ha delle responsabilità precise. Di fronte a questo, non faccio il tifoso».
Tifo a parte, era ora di fare marcia indietro rispetto a una strategia che ha pesato sui conti di Alitalia?
«Fiumicino è un hub naturale, non artificiale. Ma le scelte della compagnia devono avere sempre basi industriali, non certo politiche».
E' d'accordo con chi dice che Alitalia dovrebbe liberare tutti gli slot a Milano?
«Dobbiamo fare prestoa rilanciare Alitalia. Stiamo entrando in un regime liberalizzato, di cieli aperti. Gli slot sono il bene più prezioso di cui dispone ancora la compagnia. Guai a svenderli».