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Data: 03/10/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Prodi: «Welfare modificabile dalle Camere». I fischi di Mirafiori rilanciano la sinistra radicale. Ferrero: «Quell'accordo del 23 luglio va cambiato»

ROMA. Il protocollo del welfare non si tocca, ma «è chiaro che il Parlamento farà le sue modifiche», dice il presidente del consiglio Romano Prodi, pimpante e sorridente, al Tg1. Eppure è il day-after Mirafiori, il giorno in cui la sinistra radicale riprende fiato sull'onda dei fischi di Mirafiori e chiede modifiche. Modifiche che, però, il governo non farà, sarà il Parlamento, semmai, nella sua autonomia, a votarle. «Quando i lavoratori parlano bisogna saperli ascoltare, quindi l'accordo sul Welfare firmato il 23 luglio va modificato», dice Paolo Ferrero, Solidarietà sociale. I lavoratori che devono essere ascoltati sono quelli che hanno fischiato il protocollo sul Welfare.
Guglielmo Epifani, leader della Cgil, parla ai dipendenti del call-center Wind, non ci sono fischi. «Io vorrei che questo accordo fosse finalmente legge e non un punto di arrivo, ma di partenza, che ci rende più sereni, più forti e con qualche diritto in più. Perché se salta stiamo peggio». Poi aggiunge: «Penso che l'accordo vada sostenuto, non troverei nessun motivo per dire no, nella maggioranza ci sono molte divisioni, ma io resto di questa opinione: più sì si ottengono e più diventa difficile che l'accordo peggiori. E se si usa la testa più che i polmoni si può anche migliorare». E ancora: «Si sono svolte migliaia di assemblee, sono fiducioso del clima che avverto e sull'esito del referendum».
Anche perché sul fatto che fossero tanti a fischiare e che i no siano una possibile maggioranza, ci sono opinioni discordanti. Sintetizzando: «A Mirafiori non è successo niente», Raffaele Bonanni, segretario Cisl. «Si è voluto costruire ad arte un incidente per orientare la comunicazione in modo favorevole ai contrari al protocollo», Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio.
Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria: «Vivo dentro una fabbrica e ho il massimo rispetto della libertà di espressione di chi vi lavora». Cesare Damiano, ministro del Lavoro, si dice ottimista sia sull'esito dei referendum nelle fabbriche, sia sull'atteggiamento della sinistra: «Noto un passo avanti molto importante dal momento che la sinistra radicale, che all'indomani dell'accordo ne chiedeva la cancellazione, ora ne chiede la modifica». Poi anticipa quello che dirà Prodi al Tg1: «Distinguerei fra azione del governo, azione dei partiti e delle parti sociali. Il governo che stipula un protocollo ha il dovere di portare al traguardo un provvedimento che distribuirà 40 miliardi di euro in dieci anni alla parte più debole del Paese». «Per quanto riguarda le modifiche l'azione del Parlamento è sovrana», aggiunge dopo aver ammesso che sulla scrittura dei contratti a termine ci sono perplessità che verranno sanate «con la stesura legislativa».
Che la partita si giochi in Parlamento è chiaro anche a Oliviero Diliberto, segretario del Pdci: «Più no ci saranno e più saremo forti nella battaglia parlamentare». «Non si debbono fare giochini interni al Palazzo, noi vogliamo migliorare il protocollo e il Parlamento è designato a questo», dice Franco Giordano, segretario di Rifondazione. Clemente Mastella sente odore di bruciato e lancia un monito preventivo: «Pacta sunt servanda, è chiaro che sul piano parlamentare, come è sempre stato, ci possano essere aggiustamenti ed emendamenti, ma l'accordo è quello, altrimenti è una sfiducia di fatto». E se ci fossero cambiamenti radicali - avverte Lamberto Dini - «i liberaldemocratici voterebbero no».

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