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Data: 09/10/2007
Testata giornalistica: Il Centro
Il veto preventivo di Mino Fuccillo

Si può sostenere che i sindacati piegano gli interessi dei lavoratori alla ragion politica e alla loro sopravvivenza come organizzatori di lobby. Si può pensare che la Confindustria è solo e soltanto l'assemblea di ottusi e rapaci padroni. E che il governo altro non è che il comitato d'affari dei partiti. Si può e infatti c'è chi lo fa nella terra brumosa dove le parole e gli umori della destra anti Stato e della sinistra anti sistema si mischiano e si rimandano l'un l'altra l'eco di una acida richiesta di pulizia con ramazza e di palingenesi con il web. Si può, è un paese libero. Ma un po' di rispetto per la gente in carne e ossa, non quella evocata in tv, ci vorrebbe.
Milioni di persone stanno votando nei luoghi di lavoro. Con fatica di capire, con il peso di una scelta concreta che riguarda la loro vita. Devono dire se la nuova geografia dei diritti e doveri previdenziali è meglio o peggio di quella che c'era. Se almeno un po' i giovani dal lavoro precario saranno aiutati se, se aiuto c'è, se si tratta di elemosina o sviluppo. Milioni di persone stanno valutando e votando: sì o no all'accordo firmato a luglio da sindacati, Confindustria e governo. Ma per loro e per il loro voto non c'è sempre vero rispetto.
Non li rispetta entrambi chi dice, mentre ancora stanno votando che, qualunque sarà il loro voto, l'accordo va cambiato, riscritto. Altrimenti sarà crisi di governo o giù di lì. A chi vota, mentre ha ancora la penna in mano, si dice che il suo voto è a sovranità limitata, che qualcosa conta sì, ma quel che conta davvero è altro. In nome dei lavoratori stabili e precari si dice loro che sono sì in grado di volere, ma non di intendere. Intendono per loro i loro ventriloqui, quelli che davvero sanno qual è il loro interesse, di categoria e di cittadini. E' il gioco della democrazia a binario truccato e scartamento ridotto. Quel gioco dove se i lavoratori dicono No, allora si cambia e, se dicono Sì, si cambia lo stesso. Il gioco truccato dove «collegialità» significa che puoi fare quel che io sono d'accordo tu faccia, altrimenti non puoi fare nulla. Il gioco dove «il popolo è mio e me lo gestisci io», il gioco dove la minoranza, se fa trenta per cento, decide al posto della maggioranza che fa settanta.
Un gioco dove la partita non finisce mai perchè la «minoranza di blocco» impone sempre un'altra mano e un'altra mischiata di carte. Un gioco che sfibra il governo in cui pure si siede, assedia, anzi ricatta i sindacati cui pure si rende omaggio, spinge Confindustria legittimamente a non fidarsi. Un gioco la cui prima regola politica è non assumersi mai una responsabilità, né di una scelta di governo, né di un accordo sul Welfare, né di un'intesa sindacale.
E' il gioco a cui giocano da anni i Cobas, dell'Alitalia, della scuola, dei produttori di latte. Cui hanno imparato a giocare i taxisti e i benzinai. Il gioco dei no-tax e dei no-tav. Chi vuol giocarlo può, è un paese libero. Ma nei paesi che rispettano se stessi a quel gioco non si gioca nei sindacati, in Confindustria, al governo, nei partiti e in Parlamento.

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