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Data: 15/10/2007
Testata giornalistica: Il Sole 24 ore.com
Epifani: «Ora va riduscusso il testo del Protocollo welfare»

Non l'avrebbe mai detto, ma a Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ancora nel pieno dell'euforia da referendum sul protocollo welfare, ieri è toccato scegliere di nuovi i toni della guerra. E riaprire il fronte previdenziale. «Nella parte sulle pensioni il ddl sul Protocollo welfare non rispetta i patti: ne dovremo ridiscutere con il Governo e le imprese». Un siluro inatteso. Epifani spera venga neutralizzato quanto prima dalle risposte del Governo. Il leader Cgil peraltro - e lo dice da tempo - «non è tranquillo sulla navigazione parlamentare del Protocollo» e intende «vigilare sul rischio di possibili peggioramenti».

Alla controparte naturale, le imprese, manda, invece, un messaggio di apertura sul tema della riforma della contrattazione, ma lo affronta da un'angolatura diversa rispetto a quella usata finora: «C'è un vecchio problema che sta diventando sempre più grave, il numero dei contratti: ne parlammo già 15 anni fa e ci accordammo per razionalizzarli. Per ridurli. Ci rendiamo conto per primi che avere 800 contratti,di cui 70 solo nel settore trasporti, è assurdo. Finiscono per creare burocrazie ridondanti, rallentamenti, esborsi inutili; dovremmo - continua Epifani - accorparne alcuni. Sarebbe un segnale importante di abbattimento dei nostri "costi della politica". Le divisioni merceologiche rigide sono sempre meno compatibili con l'assetto produttivo di oggi».

E a proposito di tempi Epifani nota che «non solo Confindustria, ma tutte le associazioni datoriali non dovrebbero giocare sulla durata delle trattative: artigianato e commercio, ad esempio, sono fermi da troppo. Il rispetto dei tempi è importantissimo per un dialogo efficace prima ancora che per una trattativa vera e propria sulla riforma». Infatti di trattativa vera e propria Epifani fatica a parlare. Prima un un paletto irrinunciabile: «Il contratto nazionale non si tocca; deve avere una funzione fondamentale di regolazione. So bene che a Confindustria sta molto a cuore il rapporto tra i due livelli di contrattazione (nazionale e aziendale) ma questo non può significare l'abbandono degli accordi nazionali».

Poi qualche riferimento più vago a «una serie di punti su cui ragionare». Tra questi c'è anche la decontribuzione del salario aziendale che già nel Protocollo del luglio scorso viene incentivata: «È una misura che risale al '93; ora viene ampliata. E va bene se si traduce in più denaro fresco nelle tasche dei lavoratori. Ma il tema vero della questione salariale, non va dimenticato, è il rapporto tra retribuzione e fisco: oggi un piccolo imprenditore, con l'azione di semplificazione avviata dal Governo Prodi, potrà versare all'erario il 20% (fino a un imponibile di 30mila euro), ma l'operaia tessile o il metalmeccanico di Mirafiori pagherà il 27%. È giusto? Su questo tema c'è una coscienza molto forte presso i lavoratori, una sensibilità molto acuta. Sono certo che troveremo con la Confindustria un terreno di ragionamento comune». Non è chiaro, invece, se Epifani e il ministro Damiano troveranno un terreno di ragionamento comune sui temi della previdenza. Per il segretario Cgil sono quattro i rilievi: «Sono troppe 13 deleghe per attuare l'intesa e mi domando perchè sia sparito il riferimento alla consultazione con le parti sociali. Non ci sono tempi certi sulle finestre di anzianità e vecchiaia e nemmeno sui lavori usuranti. È sparito il riferimento del 60% per il tasso di sostituzione (rapporto tra pensione e ultimo stipendio ndr) per le nuove generazioni. Infine è contestabile la composizione della commissione per l'applicazione del protocollo: il sindacato pesa troppo poco e in compenso è mantenuta la presenza di rappresentanti di associazioni che neppure hanno firmato l'accordo. È assurdo».
Ma c'è un altro punto su cui Epifani vuole chiarimenti: «Il Protocollo prevedeva che si arrivasse alla razionalizzazione degli enti e, in caso di mancato obiettivo, a un innalzamento degli oneri contributivi per evitare scompensi finanziari. Ora il ddl indica il contrario: prima gli aumenti poi, in caso di razionalizzazione degli enti, uno sconto successivo. Spero sia solo frutto di una applicazione burocratica del testo dell'accordo, ma ne dovremo riparlare».

Insomma, un eccesso di ambiguità che pesa soprattutto dopo che il sindacato ha spinto i lavoratori in massa verso quell'82% di sì, guidando la battaglia contro la sinistra massimalista. Nessuno dei leader sindacali, prima ancora che degli uomini di Governo, può permettersi di dire a 5,2 milioni di votanti "ci siamo sbagliati". E ciò vale anche per la Confindustria che ha sottolineato lo stesso problema di scostamento tra protocollo e ddl in tema di contratti a termine: «A me risulta che il Governo abbia avvisato tutte le parti sulla norma dei 36 mesi. La reazione della Confindustria un po' mi ha sorpreso». C'è però un test per saggiare la portata della norma sui contratti a termine. La prova bagnino: un bagnino che lavori sei mesi all'anno per sei anni al settimo anno dovrebbe essere assunto in pianta stabile. Assurdo. «Nella norma c'è scritto che il limite massimo deve essere di 36 mesi - dice Epifani - si è superato un sistema di deroghe che rendeva praticamente rinnovabile a vita il contratto a termine. E non andava bene. Il problema del bagnino non è fondamentale per decrivere l'applicazione della legge; si potrà risolvere in un altro modo». E più che al bagnino Epifani guarda al mare agitato del Parlamento. E non si fida.

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