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Pescara, 09/05/2026
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Data: 29/05/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Salvi: troppe delusioni dalla sinistra, Epifani fa bene a essere diffidente. Turci: «Basta con i veti, ora Epifani non può più rispondere soltanto no»

ROMA - «La Cgil dice di "no"? E che dovrebbe dire? È dagli anni '90 che continua a dare senza ricevere niente in cambio». L'ex ministro del Lavoro, il senatore diessino Cesare Salvi, ribalta la tesi avanzata dal direttore de «Il Sole-24 Ore », Ferruccio de Bortoli, secondo cui il maggior sindacato sarebbe incapace di un vero dialogo. «Semmai è il contrario. È il governo che deve recuperare la capacità di fare proposte chiare e complessive. Senza scaricare sulla Cgil ogni responsabilità». Senatore Salvi, esiste «un'ipoteca della Cgil» su questo governo?
«Esiste una legittima aspettativa. La Cgil negli anni della concertazione, in nome di questa politica del dare-avere, non ha fatto che concedere. Prima a Ciampi, poi a Dini e a Prodi».
Ma ha anche detto molti "no", si pensi a quello alla riforma del Welfare della commissione Onofri, o al rapporto con il governo D'Alema...
«La Cgil ha anche accettato la moderazione salariale, due riforme pensionistiche e l'avvio del pacchetto Treu. In cambio di che?».
Lo dica lei.
«Niente. Visto che i salari reali si sono ridotti, l'occupazione non è cresciuta e la precarietà è aumentata. La Cgil è scottata: un po' di diffidenza in questo momento è comprensibile».
Fino a che punto?
«Be', adesso spetta al governo fare la sua mossa, e dovrà essere convincente».
Facciamo un esempio: il governo non vuole cancellare la Biagi e la Cgil sì, che si fa?
«Mica si può ragionare in questo modo. Prima di tutto non c'è solo la Biagi su cui intervenire: i contratti a termine non sono nella legge 30. E poi servono idee nuove per uscire dai soliti schemi, serve una visione complessiva».
Insomma serve tornare alla vecchia concertazione: tutto sul tavolo, tutti intorno al tavolo?
«Certo un'offensiva contro la Cgil non è possibile: avrebbe solo un effetto controproducente. Ma nemmeno una concertazione vecchio stile mi pare adatta».
Cioè?
«Forse il governo a un certo punto deve prendere le sue decisioni senza dare alle parti sociali troppo potere e troppa responsabilità».
E un decisionismo simile non renderebbe più difficili i rapporti?
«Al contrario. Se il governo affrontasse i problemi senza concedere a nessuno un diritto di veto, la Cgil potrebbe misurarsi su un terreno nuovo».
Anche qui, facciamo un esempio: la riforma della contrattazione. La Cgil frena. Come la si affronta?
«Facendole vedere l'intera scacchiera di gioco, anziché limitarsi a mostrare i singoli pezzi. Insomma bisogna fare discorsi complessivi».
Ma una Cgil ricondotta a ragione non corre il rischio di essere scavalcata a sinistra dai partiti e dalle basi sindacali?
«Certo. Ma l'unico modo di evitare questo rischio è non dirle sempre di "no"...».

Turci: «Basta con i veti, ora Epifani
non può più rispondere soltanto no»

ROMA - «Il tempo dei veti per la Cgil è finito. C'è stato, ma è finito: non se lo può più permettere». Per il deputato ex diessino Lanfranco Turci, approdato nelle file della Rosa nel Pugno, il sindacato di Guglielmo Epifani è nell'angolo: «Non credo che si assumerà mai l'onere di dare una spallata a un governo che nasce già così debole». Onorevole Turci, la Cgil sarà «una forza invisibile della maggioranza» come paventa «Il Sole-24 Ore? »
«In passato lo è stato: a D'Alema fu impedito di affrontare i temi del mercato del lavoro. Si trovò davanti un Cofferati che non era neppure quello che sarebbe diventato dopo, ai tempi della manifestazione sull'articolo 18».
E adesso?
«Quella che è nata è una maggioranza ristretta: se da una parte pone dei limiti alle forze riformiste come la Rosa nel Pugno, dall'altra fa altrettanto con l'ala massimalista. Nessuno può tirare la corda se si vuole governare».
Quindi il governo può tirare dritto per la sua strada, forte della sua debolezza?
«Se fossi in Prodi, senza voler fare a tutti i costi l'"ammazzasette", metterei un po' alla prova certi proclami altisonanti, come quello del ministro Bianchi che va in giro dicendo di amare Castro. Andrei avanti con nettezza per far capire che non c'è spazio per massimalismi».
Perché perdere un potenziale alleato come la Cgil quando dall'altra parte la Confindustria ha appena rivendicato con forza la propria autonomia?
«Certo, Prodi potrebbe dire: "Al diavolo Confindustria, appoggio la Cgil". Ma non si può fare politica contro le imprese».
Mentre contro la Cgil...
«Si può discutere ma senza fare megatavoli che non finiscono più. La concertazione va scarnificata al massimo. E i temi devono essere affrontati uno a uno».
Basterà per dialogare? In altri tempi Epifani non ha esitato a abbandonare tavoli che apparivano più promettenti.
«Un conto per Epifani era fare la guerra al centrodestra. Un conto è farla a Prodi. Non credo che la Cgil oggi possa pensare d'imporsi senza mediare. Ci sono differenze significative sui contratti con le altre sigle. Ci sono esigenze di altre categorie produttive cui dare ascolto».
Anche la Cgil ha le sue: ad esempio non vuole la liberalizzazione dei servizi imposta dalla direttiva Bolkestein.
«Certo, ma il governo potrebbe aprire sulla liberalizzazione delle professioni per dimostrare che non ci sono intenti punitivi solo di una parte».
In questo governo il ministro del Lavoro è Cesare Damiano, un ex esponente della Cgil. Che posizione avrà?
«Faccio fatica a immaginare un Damiano succube del sindacato. Intanto viene dalla componente riformista della Fiom che ha subito gli estremismi di Rinaldini. No, non credo proprio che Damiano starà tutto il tempo al telefono con la Cgil».

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