Palazzo Chigi: coerenza politica, senza vincitori né vinti. Boselli rivendica «mani libere» Bertinotti: rapporti difficili tra esecutivo e Camere
ROMA. Sul Welfare il governo concede pochissimo alla sinistra e blinda il maxiemendamento con il voto di fiducia. Il sofferto compromesso, tra il testo dell'accordo di luglio e quello uscito dalla commissione Lavoro della Camera, viene raggiunto al prezzo di gravi tensioni nell'Unione. Rifondazione Comunista accusa il governo di aver ceduto alle pressioni della Confindustria.
E fa sapere che voterà sì e non ritirerà i suoi ministri ma denuncia una «grave lacerazione» e chiede a Prodi una «verifica» a gennaio. «Votiamo la fiducia al governo per il vincolo sociale che ci unisce ai nostri elettori ma il vincolo politico, oggi, non c'è più. Da gennaio» taglia corto Franco Giordano «si apre una nuova fase politica: o si ricontratta l'accordo con il governo o una coalizione non c'è più». La richiesta del Prc viene in parte accolta e, in serata, palazzo Chigi fa sapere che a gennaio «si farà il punto complessivo sull'azione di governo». Quanto alla fiducia, il governo spiega che «non è una vittoria o una sconfitta di nessuno» ma dimostra solo la volontà di «rispettare lo spirito e la sostanza» di un accordo con le parti sociali che la presidenza del consiglio definisce «storico».
Resta il fatto che la sinistra si sente sconfitta e promette battaglia. Di «strappo» nella maggioranza parla anche il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, mentre il Pdci accusa il governo di aver «tradito» i lavoratori e annuncia che solo oggi deciderà se votare la fiducia. L'ira della sinistra radicale, che cede alle richieste dei moderati dell'Unuione solo per non far entrare in vigore lo «scalone» Maroni, contagia anche i socialisti. Reduce da un incontro «insoddisfacente» con Prodi, Enrico Boselli spiega che il governo si è «rimangiato» l'impegno assunto al Senato sull'indennizzo di disoccupazione ai «co.co.pro» e annuncia che il sì alla fiducia sarà votato solo per «lelatà». Ma sarà l'ultima volta: «Non basta la verifica. Serve un nuovo programma e un nuovo governo. I socialisti d'ora in poi» avverte Boselli «si riterranno con le mani libere».
Ad essere più che soddisfatto è invece Lamberto Dini che prima dell'accordo sul maxiemendamento ha incalzato il governo con una lettera al Corriere della Sera in cui denunciava «la vittoria del partito del tassa e spendi». Poi, dopo l'annuncio della fiducia (che sarà votata questa sera alle 19), Dini ha cambiato registro ed ha sottolineato con evidente soddisdfazione l'insuccesso della sinistra. «Se devo giudicare dalle dichiarazioni degli esponenti del Prc, mi pare che stiano subendo una grossa sconfitta». Ma Palazzo Chigi precisa: la fiducia non è una sconfitta per nessuno, ma rappresenta un atto di «coerenza politica». A criticare il governo è anche Fausto Bertinotti. La scelta di porre la fiducia sull'accordo ragginto con le parti sociali mette in gioco il ruolo del Parlamento e il presidente della Camera lo dice in aula: «Devo segnalare che la procedura che il governo ha inteso percorrere ripropone una evidente e preoccupante difficoltà nel rapporto tra l'esecutivo ed il Parlamento rispetto al quale serve una riflessione sul nostro sistema costituzionale».
Pochi parlamentari possono condizionare l'azione del governo? Walter Veltroni vede il pericolo e prende spunto dallo scontro sul welfare per ricordare che occorrono riforme che diano maggiore forza al potere politico.