«La cancelleremo» assicura Chiti. Ma Rifondazione insiste: votiamo solo il testo del Senato. Il Quirinale: quota 158 non è indispensabile per la tenuta del governo
ROMA. «Se non sarà ritirato l'emendamento sull'omofobia sarà crisi di governo». Clemente Mastella arriva allo scontro frontale con Rifondazione Comunista, colpevole insieme alle altre forze della sinistra radicale di non voler far modificare il punto del decreto sicurezza relativo alle discriminazioni sessuali, e lancia l'ennesimo aut aut a Romano Prodi. L'ira del Guardasigilli si scatena in mattinata.
«Se Rifondazione Comunista o altri partiti della sinistra insistono a mantenere quelle modifiche nel provvedimento, allora è crisi. L'esperienza politica di questo governo finisce qui e rimarremo formalmente nel governo fino a fine anno, solo per votare la FInanziaria ed evitare l'esercizio provvisorio».
Mastella accusa la sinistra di cercare ogni pretesto per andare al voto ma fa capire che in questo modo spinge solo il suo partito ad aprire la crisi.
«E' stato preso un impegno per modificare l'emendamento sull'omofobia e questo va mantenuto» avverte il ministro della Giustizia, che accusa la sinistra di utilizzare una «logica tipicamente comunista».
A rassicurare il leader dell'Udeur ci pensa il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, che definisce «improprio» larticolo 1 bis del decreto sicurezza e fa sapere che il governo, entro la fine dell'anno, «lo toglierà con un provvedimento».
Ma prima il ministro Ferrero, poi il capogruppo del Prc alla Camera Migliore sono perentori: quel testo non si tocca. Anche per non dover tornare a rivotare sul decreto al Senato.
Dunque siamo al muro contro muro.
Ma le acque restano agitate. Antonio Di Pietro dice chiaro e tondo che Prodi ormai non ha più i numeri per andare avanti e chiede non solo la verifica politica ma l'avvio di un nuovo processo costituente: «Piaccia o non piaccia dopo il voto di fiducia di ieri la maggioranza politica non c'è più». A rendere ancora più stretto il sentiero nel quale si dovrà muovere Prodi è anche il Pdci che ieri ha abbandonato il tavolo di discussione sulla Finanziaria, dove si stavano esaminando gli emendamenti da approvare alla manovra di bilancio. E in piedi resta anche la minaccia del Prc di non votare la Finanziaria. Ma non è tutto. L'ultima spina per il premier, questa volta, porta la firma di quattro ministri. Paolo Ferreo, Fabio Mussi, Alessandro Bianchi e Alfonso Pecoarro Scanio ieri hanno scritto una lettera a Prodi per chiedergli un «ripensamento» sull'ampilamento della base militere Usa di Vicenza.
I riflettori sono ormai puntati sulla verifica che ci sarà a gennaio e l'esito non è affatto scontato. «Se la verifica è negativa, non è che si esce dal governo, si esce dalla maggioranza. Considererei il fatto di uscire dal governo ma di rimanare in maggioranza come la condizione più fessa che ci possa essere» avverte il ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero. I rischi per il governo, insomma, vengono dal centro e dalla sinistra.
Mastella andrà fino in fondo? A gettare acqua sul fuoco ci prova Massimo D'Alema per il quale l'aut aut del Guardasigilli è solo un «penultimatum».
L'opposizione ripete che la maggioranza non c'è più e chiede l'intervento del Quirinale ma Giorgio Napolitano fa sapere che per la sopravvivenza del governo «non è indispensabile» che nel voto di fiducia si raggiunga al Senato quota 158 senza il voto dei senatori a vita. La «maggioranza politica» fu chiesta solo lo scorso 24 febbraio, quando fu rinviato il governo alle Camere e fu indicata la quota di 158 come «parametro di valutazione» da considerare ai fini della costituzione di un «nuovo» governo. Il Qurinale, comunque, non si nasconde che la situazione sia «difficile» ed attende il risultato della verifica.