PESCARA. L'assunzione di Guido Dezio come dirigente del settore patrimonio costa al sindaco, Luciano D'Alfonso, un'inchiesta per abuso. Non importa, alla procura di Pescara, che Dezio, uomo di fiducia del primo cittadino, sia il vincitore di un concorso pubblico con tanto di commissione d'esame, composta da tre esperti di diritto amministrativo finiti anche loro sotto inchiesta. Il concorso non fa testo, sostiene la procura, perché Dezio avrebbe commesso un falso nel presentare alla commissione requisiti non veri per partecipare alla prova pubblica.
L'avviso di conclusione delle indagini, firmato dal pubblico ministero Paolo Pompa, è di tre pagine.
D'Alfonso è indagato per abuso patrimoniale: «Per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in violazione delle norme di legge che disciplinano l'accesso alla dirigenza presso il Comune, procurato intenzionalmente a Guido Dezio un ingiusto vantaggio patrimoniale».
LE PROROGHE A DEZIO. Secondo il pm, il sindaco assegna, in un primo tempo, a Dezio le funzioni di dirigente del Comune con il provvedimento numero 977 del 2004 senza alcun concorso pubblico. E sempre Dezio, il 16 aprile del 2005, beneficia di un secondo provvedimento (il numero 234) con cui D'Alfonso lo incarica di dirigere il settore "Provveditorato ed Economato" del Comune per sei mesi. Alla scadenza di questi ultimi, il dirigente comunale (che nell'altra inchiesta sull'Urbanistica è indagato per corruzione e fondi neri alla Margherita) ottiene un'altra proroga (26 settembre 2005) della durata di un anno. Il penultimo provvedimento incriminato è il 1432 del 2 ottobre 2006: D'Alfonso firma la terza proroga fino all'espletamento del concorso che Dezio vince.
L'ultimo atto finito nell'inchiesta è il 176 del 22 gennaio 2007 con cui Dezio, ex segretario particolare di D'Alfonso e personaggio giovanile di spicco del Ppi, riceve dal sindaco l'incarico di dirigente del settore "Provveditorato e Patrimonio" del Comune di Pescara a tempo indeterminato.
Ma cinque mesi dopo, l'opposizione presenta un'interrogazione che viene trasmessa alla procura che chiude l'inchiesta in tempi brevi.
LE DUE NORME VIOLATE. Il pm, a questo punto, contesta al sindaco di essersi basato in modo illegittimo su due norme (l'articolo 38 del regolamento sugli uffici del Comune di Pescara e l'articolo 90 del decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267) che, in parole semplici, consentono la costituzione, a tempo determinato, di uffici di supporto agli organi di direzione politica, nell'ambito dei quali sarebbe stato inquadrato Dezio con un incarico di fiducia da parte di D'Alfonso. Ed è questa, sempre in sintesi, la difesa del sindaco, che si è affidato agli avvocati Giuliano Milia e Giovanni Di Biase, annunciando già da ieri che chiederà il giudizio immediato, anche se ci troviamo ancora in una fase interlocutoria in cui il pm deve ancora decidere per una eventuale richiesta di processo. Ma il magistrato ritiene già illegittima la tesi difensiva e scrive che Dezio «tramite i citati provvedimenti sindacali, non era affatto destinato a uffici di supporto agli organi di direzione politica, ma era posto a dirigere il settore "Provveditorato e Patrimonio"». Un incarico consentito solo se il dirigente possiede determinati requisiti e non «come avvenuto nel caso in esame, in favore di un soggetto privo di detti requisiti».
IL FALSO IDEOLOGICO. Il magistrato, quindi, contesta a Dezio il reato di falso ideologico per avere attestato alla commissione del concorso pubblico «di avere ricoperto incarichi equiparati a quelli dirigenziali per un periodo di almeno cinque anni» dal 22 maggio 2000 al 31 maggio 2003 alla Regione, e dal 20 giugno 2003 fino al 21 novembre 2004 al Comune di Pescara.
Per il pm Pompa il falso consiste nel fatto che Dezio, in realtà, ha stipulato con la Regione «dei meri contratti di collaborazione», cioè dei co.co.co., nel gruppo consiliare dei Popolari di cui peraltro D'Alfonso era capogruppo.
Contratti di collaborazione nei quali, sostiene ancora il magistrato, «veniva espressamente ribadito che l'espletamento dell'incarico non costituisce in alcun caso titolo o riconoscimento ai fini dell'instaurazione di un rapporto di lavoro, sia a tempo determinato che indeterminato». Ma la procura, in questo caso, non fa riferimento a una causa di lavoro in corso promossa dallo stesso Dezio che potrebbe giovare alla difesa. Arriviamo così agli altri indagati.
I 3 DELLA COMMISSIONE. Sono tutti professionisti esperti di diritto amministrativo: Vincenzo Montillo, segretario generale del Comune e gli avvocati Paola Di Marco e Carlo Montanino, indagati per abuso, in concorso con D'Alfonso - rispettivamente in qualità di presidente della commissione d'esame (Montillo) e, gli altri due, componenti della stessa - per aver violato la legge che disciplina l'accesso alla dirigenza nelle amministrazioni pubbliche. Il fulcro dell'inchiesta è sempre lo stesso: «può essere ammesso al concorso», scrive la procura, «solo chi ha ricoperto incarichi dirigenziali o equiparati in amministrazioni pubbliche per un periodo non inferiore a 5 anni». Un requisito che, per l'accusa, Guido Dezio non ha.
Ecco la lettera al centro dell'accusa. L'ha scritta la Regione a Nazario Pagano, candidato di Forza Italia
PESCARA. Una lettera, spedita dall'Aquila, l'8 febbraio 2007, è il documento al centro dell'accusa contro il sindaco D'Alfonso.
La dirigente regionale Silvana De Paolis risponde a Nazario Pagano, capogruppo di Forza Italia scelto dal suo partito per la corsa a sindaco di Pescara. «Si comunica che il signor Guido Dezio non ha mai prestato servizio al Consiglio regionale come dipendente né a tempo indeterminato né a tempo determinato». Si legge così nell'atto che pubblichiamo. In parole semplici, a Dezio mancava il requisito essenziale (l'aver svolto per 5 anni l'attività in un ente pubblico con un ruolo dirigenziale) per vincere il concorso del Comune.
Con questa lettera spedita a Pagano, Carlo Masci e altri dell'opposizione, il 5 maggio di quest'anno, presentano un'interrogazione al sindaco che viene anche trasmessa alla procura e dà il via all'inchiesta.
Ma agli atti c'è anche una seconda lettera della Regione che innesca un vero e proprio giallo perché dice l'esatto contrario. E' datata L'Aquila 8 settembre 2006, quindi è antecedente: il direttore degli affari generali della Regione, Giuseppe D'Urbano, scrive proprio a Dezio: «E' stata richiesta a questa amministrazione un'attestazione circa la natura del servizio prestato dalla signoria vostra presso gli uffici regionali, nel periodo compreso tra l'anno 2000 e l'anno 2003, per un totale di 35 mesi e 10 giorni. Si evince, chiaramente, che l'incarico è stato conferito per la "predisposizione di atti e provvedimenti legislativi, interpellanze, interrogazioni, mozioni, risoluzioni e gestione di attività interne al gruppo" di stretta collaborazione col presidente pro-tempore (...). La disamina di quanto sopra conferma che le funzioni espletate dalla signoria vostra, nell'ambito dell'amministrazione regionale, siano pienamente equiparabili a funzioni aventi natura e contenuto dirigenziale». (l.c.)