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Pescara, 20/08/2019
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Data: 06/06/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
L'Aquila dieci anni dopo. Anche l’economia terremotata: giù occupati ed export. Il tasso di disoccupazione supera di 0,5 punti la media della regione

L'AQUILA Un territorio che ancora fa tremendamente fatica a uscire dalla crisi economica che il terremoto ha aggravato, nonostante qualche primo timido segnale positivo. La fotografia dell'economia in provincia dell'Aquila l'ha scattata, in occasione del decennale del sisma, il centro studi di Intesa San Paolo, nel Monitor dei distretti industriali dell'Abruzzo 2018: un report che fotografa la buona salute del quadro regionale complessivo, con un +4,1 per cento trainato dalle buone performance di vino e pasta. Il primo dato, macroscopico: a fronte dei 300 mila abitanti, ovvero il 23% del totale regionale, gli occupati pesano soltanto il 15,5% rispetto all'intero Abruzzo. Una statistica in qualche modo corroborata dal tasso di disoccupazione: 12,3%, superiore sia a quello regionale che si attesta all'11,7% che a quello italiano (11,2%). Preoccupano anche i dati assoluti sul numero delle imprese: poco più di 23 mila oggi, con un calo del 12% rispetto al pre-terremoto. La provincia dell'Aquila è la cenerentola dell'export, con il 7% di quello regionale. Il territorio presenta una forte specializzazione nel settore dell'elettronica concentrata nei poli tecnologici in cui sono rimaste 18 aziende che occupano 1.678 addetti.
Negli ultimi quindici anni, però, si è assistito a una drastica riduzione di unità locali e addetti. Il bilancio è molto negativo anche se si guarda l'andamento dei flussi: le vendite estere della provincia dell'Aquila si sono sensibilmente ridotte rispetto al pre-terremoto arrivando nel 2018 a 603 milioni di euro, in calo del 39,5% rispetto ai 997 milioni del 2008. Il picco minimo è stato però toccato nel 2014, quando la provincia ha esportato solo 433 milioni. La riduzione più accentuata è dovuta soprattutto al polo tecnologico: l'export è sceso a quota 192 milioni, il 39,5% in meno rispetto al 2008 (pari a 125 milioni) dovuto al pesante calo di vendite negli Usa, principale partner commerciale del polo che assorbe tuttora l'87% del suo export. L'export del polo continua comunque a rappresentare una quota importante, il 32% come nel 2008. Il secondo settore per importanza, in termini di valori esportati, è la farmaceutica, che pesa il 23% del totale export aquilano. Anche in questo caso si è assistito, però, a una forte riduzione dei flussi: -48,5% rispetto al 2008, in valore 138,5 milioni, a causa della contrazione delle vendite in Polonia, Grecia, Germania, Francia e Ungheria. Un altro settore in crisi profonda è la metallurgia, con valori di export scesi nel 2018 a 21 milioni di euro, dai 130 del 2008.
LA SORPRESA
Le uniche vivacità arrivano oggi dall'alimentare, dal tessile, dall'elettrotecnica, da gomma, plastica, meccanica e chimica. Il settore alimentare dal 2008 al 2018 ha più che duplicato le esportazioni (salite a 16,1 milioni di euro), grazie alla forte crescita negli Stati Uniti e in Giappone dove vengono vendute soprattutto conserve. Mentre per quanto riguarda il settore tessile, le cui esportazioni si sono portate a 22,9 milioni di euro nel 2018 (+19 milioni di euro rispetto al 2008), i mercati prevalenti di sbocco sono Turchia, Germania, Grecia, Messico e Spagna.
L'ALLARME DELLA CGIL
La Cgil, per bocca del segretario provinciale Francesco Marrelli, conferma tutta la sua preoccupazione. Circa diecimila posti di lavoro in meno dal 2007 (al 2018 risultavano circa 114.000 lavoratori); 800 addetti in meno all'Asl provinciale; un incremento di 700 mila ore di cassa integrazione dal 2017 al 2018, da 631 unità a 969; con il settore meccanico da solo ha utilizzato il 79,4% delle ore. Un quadro che neanche la ricostruzione riesce a migliorare: si è passati da 10 mila addetti a 8 mila, con una capacità di spesa che nel 2012 era di un miliardo l'anno circa e nel 2018 è stata di 250 milioni. È per questo che la Cgil torna a sollecitare una strategia di rilancio delle aree interne: «È urgente dice Marrelli - mettere in campo strumenti straordinari di intervento finalizzati alla ripresa dei territori colpiti dal sisma, a partire da una accelerazione dei tempi e delle procedure per l'utilizzo dei fondi del 4% finalizzati al rilancio delle attività produttive, passando per un intervento straordinario che riguardi sanità, trasposti, infrastrutture, scuole e messa in sicurezza del territorio».

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