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Pescara, 23/08/2019
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Data: 11/07/2019
Testata giornalistica: Il Centro
Pescaraporto: assoluzione piena per D'Alfonso, Milia e gli altri tre. Per il giudice Sarandrea il fatto non sussiste: non è stato commesso alcun falso per l'abuso contestato. Il procuratore Serpi chiedeva da 6 a 10 mesi per l'ex governatore, il suo legale, Dezio, Di Biase e Ruffini

PESCARA Tutti assolti e con la formula più ampia possibile: perché il fatto non sussiste. Si chiude così la vicenda Pescaraporto che vedeva imputati davanti al gup Gianluca Sarandrea (tutti e cinque gli imputati hanno scelto la strada del rito abbreviato) l'ex governatore d'Abruzzo e oggi senatore della Repubblica, Luciano D'Alfonso, uno dei più noti avvocati d'Abruzzo, Giuliano Milia, l'attuale direttore generale del Comune di Pescara, Guido Dezio, l'ex segretario della presidenza della Regione, Claudio Ruffini, e il dirigente del Genio Civile, Vittorio Di Biase. Tutti accusati di falso e abuso d'ufficio, in relazione alla realizzazione di un complesso edilizio che doveva nascere lungo la riviera nord di Porta Nuova, tra il ponte del Mare e il porto turistico.La procura di Pescara era talmente convinta delle responsabilità in capo agli imputati, che è scesa in udienza con la sua corazzata: procuratore capo Massimiliano Serpi, che ha fatto i tre quarti della requisitoria, e l'aggiunto Annarita Mantini, che hanno concluso chiedendo la condanna a 10 mesi per D'Alfonso, Milia e Di Biase, e a 6 mesi per Dezio e Ruffini. Ma ieri il blasonato collegio difensivo, dopo aver presentato una serie di memorie, è stato sintetico ed efficace nel chiedere le assoluzioni per l'insussistenza del reato: un falso che sarebbe stato fatto per commettere un abuso. Ha aperto le arringhe l'avvocato Augusto La Morgia, difensore di Milia, che ha sottolineato la presenza di un'accusa così autorevole e prestigiosa e il suo rapporto di amicizia con un principe del foro come Milia. «Di tutto si può parlare in questo procedimento», ha detto, «ma certo non di falso. Di un documento che peraltro non è mai stato trovato e non è agli atti del processo». Il riferimento è a quell'appunto manoscritto da Milia che Ruffini avrebbe dovuto recapitare al dirigente del Genio civile Di Biase per fargli cambiare indirizzo sul quel diniego motivato da un rischio idraulico per quella zona. Il problema, hanno poi evidenziato anche gli altri difensori, è che la competenza in quella materia non era del Genio civile, ma dell'Autorità di Bacino. «Oggi si mette in dubbio quella lettera del Genio civile», è stato detto, «ma non si considera che l'Autorità di bacino avrebbe violato la norma».E sì perché prima di stilare quella lettera, Di Biase chiese lumi al Comune e alla stessa Autorità di bacino, senza contare che la seconda variante al progetto della Pescaraporto (società composta dai figli di Milia e dell'imprenditore Franco Mammarella), non comportava nessun aumento di volumetria. Un progetto che nel 2012 aveva ricevuto un regolare permesso a costruire. Ma per la procura quel falso c'era tutto, anche se, nel corso dell'indagine, su quello stesso argomento si era già espresso in maniera negativa un altro giudice. Nicola Colantonio, nel rigettare la richiesta di intercettazioni telefoniche avanzata dalla procura, entrando nel merito, aveva scritto chiaramente che il reato di falso non esisteva. I difensori di Guido Dezio, gli avvocati Gianfranco Iadecola e Marco Spagnuolo, hanno poi evidenziato l'assoluta estraneità del loro assistito che si limitò ad accompagnare Ruffini da Milia. «Dezio non ha mai manifestato nessun interesse per quella pratica e lo dice anche uno dei testi dell'accusa, il dirigente comunale Silverii, quando afferma di non aver ricevuto mai pressioni da nessuno». E ancora: «Non c'è nessuna intercettazione che dimostri qualsiasi partecipazione di Dezio in questa vicenda. Dopo l'incontro con Milia, Dezio scompare dalla scena».Il collegio difensivo era composto dagli avvocati La Morgia per l'avvocato Giuliano Milia, Iadecola e Spagnuolo per Guido Dezio, Sciambra e Di Girolamo per Vittorio Di Biase, D'Alicandri per Luciano D'Alfonso e Lettieri per Claudio Ruffini.

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