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Pescara, 15/11/2019
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Data: 06/08/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Ok al dl sicurezza ma Salvini rilancia: ora la Tav o è crisi. E Matteo è pronto a sfidare il Colle per votare a febbraio. La mozione M5S sulla Tav senza numeri la resa dei conti è rinviata alla manovra

ROMA Come ampiamente previsto, il governo ha superato la prova del decreto sicurezza bis: con 160 sì (e appena 57 no) il provvedimento di Salvini diventa legge. La pattuglia di senatori M5s malpancisti alla fine si è ridotta a quota cinque che sono usciti dall'Aula senza votare contro. Ben 32 senatori non erano presenti. I favorevoli sono arrivati a quota 160 così: 101 M5S; 56 leghisti, due senatori dall'estero e 1 dal gruppo Misto. I 18 parlamentari di Fratelli d'Italia si sono astenuti e quelli di Forza Italia, pur stando in Aula, non hanno partecipato al voto.
Nella pattuglia dei 57 voti contrari si contano invece 45 voti del Pd (Renzi, in America, tra gli assenti), a cui si aggiungono 4 di Liberi e Uguali e tre voti contrari degli espulsi M5S: Paola Nugnes, Carlo Martelli e Gregorio De Falco. Altri voti contrari sono arrivati dalle Autonomie.
«Oggi bado ai fatti», ha esultato Matteo Salvini, incassando il risultato, che è un voto sotto la maggioranza assoluta. Ma il leader leghista, che ringrazia anche la «beata vergine Maria», non depone le armi: sposta lo scontro sul terreno della Tav e della mozione M5S per il no che sarà votata domani. Non si ammettono «forse», dice: il M5s - accusa - con il no sfiducerà il premier Giuseppe Conte. Nessun contraccolpo sul governo, la mozione «impegna le Camere», ribatte Danilo Toninelli. Ma il leader leghista sbuffa: «Sono stanco di no e insulti». La crisi, per ora, non c'è.
È in un clima sospeso che il Senato vive un lunedì che si annunciava di fuoco. Il decreto arriva in Aula senza relatore, senza che la commissione abbia votato un solo emendamento. Il clima è distratto. Quando all'ora di pranzo inizia il dibattito, l'emiciclo è deserto. Un sussulto solo quando il ministro Fraccaro annuncia la fiducia: applausi di scherno e grida di «vergogna» si levano dal Pd.
SOCIAL CALDI, AULA FREDDA
Il clima si surriscalda sui social prima che in Aula: «La disumanità non può diventare legge», è lo slogan virale lanciato da Libera e rilanciato con foto di cartelloni, fogli ma anche scritte sulla sabbia. Sit-in si tengono davanti alla Camera e al Senato. I Dem indossano una t-shirt con la scritta «Non sprechiamo l'umanità».
Sul fatto che il decreto verrà approvato non ci sono mai molti dubbi. Ma c'è anche, da subito, la convinzione che i gialloverdi non raggiungeranno quota 161, la maggioranza assoluta. Si stimano tra i 156 e i 159 voti: alla fine andrà meglio, 160. Rischi non ce ne sono anche perché Fdi si astiene e FI, dopo una riunione di gruppo, decide di restare in Aula, per non apparire una stampella del governo, ma di far sfilare i senatori sotto i banchi della presidenza dicendo «non partecipo al voto» (un aiuto solo a metà).
«Grazie agli schiavi Cinque stelle l'Italia è più insicura», hadichiarato Nicola Zingaretti subito dopo il voto, sottolineando che alla fine i ribelli pentastellati non affondano il colpo.
In cinque non votano: Virginia La Mura, Matteo Mantero, Michela Montevecchi, Lello Ciampolillo, Elena Fattori. Assenti per problemi di salute Bogo Deledda (M5s) e Umberto Bossi (Lega), il leghista Massimo Candura è in viaggio di nozze.
Ma fino all'ultimo i dissidenti Cinque stelle mantengono il riserbo e tra transatlantico, emiciclo e social, hanno gli occhi puntati addosso. Sono i No-Tav più strenui e coloro che si oppongono al testo del decreto salviniano per le norme sugli sbarchi e sulle manifestazioni. La Mura afferma che il dl «va contro qualsiasi principio umanitario». Mantero scrive su Facebook: «È ora di mettere un limite alla strafottenza e ai diktat della Lega». Ma c'è chi cede alle ragioni di governo, come Mattia Crucioli, che conferma i «dubbi» ma pure «la fiducia». E il No Tav Alberto Airola, che cita Rino Formica per spiegare il suo sì: «La politica è sangue e merda. Non è il caso di far cadere il governo su questo». Gianni Marilotti dice che «forse solo il 20% dei senatori M5s approva il decreto ma il no porterebbe al voto».
Toninelli invita Salvini a ricordare che governa «con il M5s non con Berlusconi». Ma il vicepremier fa spallucce.


E Matteo è pronto a sfidare il Colle per votare a febbraio. La mozione M5S sulla Tav senza numeri la resa dei conti è rinviata alla manovra

ROMA Tanto tuonò che non piovve. Alla fine il governo Conte esce rafforzato dall'ennesimo voto di fiducia. Ad incassare è stato soprattutto Matteo Salvini, che infatti si presenta in aula abbronzato, con aria molto soddisfatta, non attende il risultato finale e continua ad muoversi agitando la tanica di benzina con la quale intende appiccare il fuoco alla legislatura. Il problema, per il leader della Lega, sono i tempi che in politica sono tutto. Ieri non era il momento giusto e lo si è visto nei numeri. Rispetto ai 171 voti con i quali il governo ha iniziato a palazzo Madama la sua corsa, ne mancavano undici. Poca cosa, se si considerano le espulsioni. Ancora meno se si considerano che i no al decreto sono stati 57 e 21 gli astenuti. Anche sommando gli ultimi due numeri - impropriamente se si considera che al Senato l'astensione non è più voto contro - è facile constatare l'enorme margine che ha la maggioranza da sempre al riparo da trame e malpancisti.
LA CACCIA
Malgrado ciò, l'esponente della Lega continua a minacciare con toni sempre più forti la maggioranza e anche ieri ha ottenuto il risultato sperato. Immaginare però che alla fine il ministro dell'Interno possa essere in un qualche modo riconoscente con l'alleato, per essere riuscito ieri a non fare votare nessuno del Movimento contro il decreto sicurezza, è pura illusione. Il leader del Carroccio soffre da tempo la pressione dei suoi colonnelli ma soprattutto inizia a temere gli effetti che potrebbe avere la legge di Bilancio sulla narrazione leghista. Mentre la caccia ai migranti e alle navi delle Ong langue, nei contatti avuti con i suoi ministri e negli incontri con le parti sociali (oggi un nuovo round), il leader della Lega ha avuto modo di comprendere con maggiore nettezza quanto sia complicato far quadrare le richieste con le poche risorse disponibili. Una strada in salita soprattutto se si considera che alcune misure, come il Reddito (8 miliardi) e gli 80 euro (10 miliardi), impegnano già molte risorse. Il Reddito per il M5S, non si tocca, mentre non basterà rimodulare gli 80 euro per sostenere di aver fatto la flat tax. Nel ginepraio di richieste spicca il salario minimo chiesto dal M5S che, per contenere l'irritazione delle imprese, chiede anche una riduzione del cuneo fiscale per 4-5 miliardi. Sfilarsi dalla manovra non sarà però facile perché potrebbe far scattare le clausole di salvaguardia per 23 miliardi di Iva. Votare la manovra turandosi il naso, e magari scaricandola attribuendo la responsabilità al M5S, a Conte e all'Europa, può essere una soluzione che va incontro anche alle richieste del Quirinale di non mandare il Paese all'esercizio provvisorio. Ma in cambio Salvini potrebbe chiedere il ritorno a breve alle urne, a febbraio, malgrado ci sia da rendere operativa la riforma costituzionale che, con il voto del 9 settembre, taglierà i parlamentari. Al voto, quindi, con le stesse regolò per eleggere lo steso numero di parlamentari.
A gioire per il taglio lineare dei parlamentari, che viene effettuato senza nessun intento di migliorare il sistema istituzionale, sono di fatto solo i Cinquestelle. Nati e cresciuti con le retorica della casta, il M5S sembra poco preoccuparsi del nodo della rappresentanza e di alcune regioni che potrebbero risultare particolarmente penalizzate. A Salvini, malgrado guidi un partito in forte crescita e che potrebbe non avere problemi di posti in lista, la riforma piace molto poco. Soprattutto perché limita la capacità espansiva del partito in zone del Paese dove ha appena iniziato il radicamento. Bocciare la riforma il 9 settembre non conviene però a nessuno. Tantomeno alla Lega che però può facilmente trovare più di un motivo per far saltare il tappo scambiando il varo della manovra con il voto anticipato a stretto giro di posta. Una strategia, quella della Lega, che potrebbe creare qualche frizione con il Capo dello Stato il quale anche di recente ha ribadito il suo ruolo da notaio, ma che non potrebbe non sollevare l'esigenza di dar corso ad una riforma, e magari ad un referendum, che anche la Lega ha votato. Ma Salvini teme che l'insediamento di un governo elettorale - che potrebbe nascere dopo la caduta dell'esecutivo Conte - possa allungare molto la data delle elezioni. Rompere a settembre-ottobre, sull'autonomia o sulla riforma della giustizia, e tornare al voto con le vecchie regole e i gli attuali numeri in Parlamento, permette a Salvini di avere dalla sua parte il Pd. Il partito di Zingaretti, allergico al taglio lineare dei parlamentari al pari della Lega, ancor più difficilmente potrebbe darsi disponibile per sostenere un esecutivo di durata.
Il rischio che l'effetto della riforma costituzionale sia opposto a quello ipotizzato da Di Maio è reale. La legislatura, invece di stabilizzarsi, rischia di concludersi prima del previsto anche se poi toccherà alla prossima affrontare il problema. Magari con l'ennesimo tentativo di riforma costituzionale in grado di dare anche un po' più di efficienza e al sistema parlamentare.

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