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Pescara, 15/11/2019
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Data: 08/08/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Tav, maggioranza finita. Salvini: qualcosa si è rotto. Respinta la mozione anti-cantieri M5S la Lega vota con Pd, FI e FdI. È scontro. Il Carroccio: non resterà senza conseguenze. E il leader: o si fanno le cose o si va a votare. Dai banchi del governo pareri opposti e tra i due vicepremier nemmeno un ciao

ROMA «Qualcosa si è rotto. O si fanno le cose o io non scaldo la poltrona». E' questa la frase-chiave pronunciata dal leader leghista Matteo Salvini ieri sera in un comizio a Sabaudia ch offre la chiave di lettura di una delle giornate più lunghe e cupe passate dalla maggioranza giallo-verde.
Salvini ha ribadito il concetto che lui non è un leader dalla «mezze misure». Tuttavia ieri, nonostante la divaricazione nel voto sulla Tav fin Senato fra i 5Stelle (contrari) e la Lega (favorevoli), non si è capito chiaramente se il Carroccio intende porre fine o meno all'esperienza di governo con i 5Stelle. L'impressione generale è che Salvini voglia che siano i pentastellati a dichiarare la fine dell'esperienza di governo ma questi ultimi si guardano bene dal voler dichiarare la crisi. Il risultato è che la politica è paralizzata in attesa degli eventi. Tutti gli appuntamenti politici previsti per oggi sono stati rinviati: dalla conferenza stampa del presidente del consiglio Giuseppe Conte, all'assemblea dei gruppi parlamentari dei 5Stelle agli stessi comizi serali sulle spiagge abruzzesi che Salvini aveva fissato.
Eventi che dipenderanno in buona parte dalla risposta che i 5stelle daranno alle richieste formulate da Salvini nell'incontro che ha avuto nel tardo pomeriggio, prima di partire per Sabaudia, col premier Giuseppe Conte. Salvini avrebbe chiesto la sostituzione di almeno tre ministri dell'area 5Stelle: Toninelli (Infrastrutture), Trenta (Difesa) e Costa (Ambiente. Non è chiaro se per sostituirli con esponenti del Carroccio.
LA ROTTURA
La rottura fra lega e 5Stelle era emersa in tutta la sua nettezza alla fine della mattinata durante il voto in Senato sulle mozioni favorevoli e contrarie alla Tav.
L'Aula ha bocciato la mozione No-Tav del M5S e ha approvato quelle a favore della Torino Lione presentata dal Pd. Per la Lega «si apre una questione politica», ha scandito il capogruppo Massimiliano Romeo parlando davanti ai senatori di Palazzo Madama.
Le votazioni si sono consumate poco prima di pranzo, senza che Luigi e Di Maio e Matteo Salvini si siano rivolti neanche una parola, e da lì in poi è stato tutto un rincorrersi di voci di crisi.
Intanto il Pd, a sua volta attraversato da divisioni interne, incalzava: Nicola Zingaretti chiede a Conte di prendere atto di non avere più una maggioranza e di salire conseguentemente al Colle.
Sono cinque le mozioni che alla fine vengono messe ai voti (una, di Leu, è preclusa) e il risultato descrive un Parlamento pro Tav: sono 181 i sì a favore e 109 quelli contrari. Dopo giornate di tentennamenti e consultazioni trasversali, i due blocchi si consolidano a ridosso del voto: il Pd taglia a tre righe il proprio dispositivo ripulendolo dagli attacchi al governo e rendendolo votabile per la Lega. Anche Bonino, FdI e FI si associano e scatta il patto: i gruppi favorevoli si schierano a sostegno dell'opera. C'è chi si dissocia, come il Dem Tommaso Cerno che vota con i 5S, chi come Luigi Zanda avrebbe preferito uscire dall'Aula e far emergere ancora più chiaramente l'immagine di un Esecutivo diviso. Ma poi tutta l'attenzione converge sul comizio di Sabaudia che però non pare essere risolutivo.

Dai banchi del governo pareri opposti e tra i due vicepremier nemmeno un ciao

La metamorfosi della zuffa no-stop, dopo mesi e mesi di insulti e minacce a distanza, avviene in Senato. Ed è liberatoria, quasi una catarsi, per populisti e sovranisti usi a spacciare le trovate e i sussulti comunicativi in realtà. In quattro ore, bisticciando sul destino della Tav, il governo del cambiamento si sgretola plasticamente. Eccoli lì, i presunti alleati, fare i separati in casa in una sorta di crisi salvo intese, un po' come i decreti approvati ma non ancora messi nero su bianco che palazzo Chigi sforna a ritmo continuo. Tant'è, che poi in serata la crisi certa si trasforma in un rimpastone probabile.
Il banco del governo è la perfetta riproduzione della lacerazione politica tra Lega e 5Stelle. Da una parte Matteo Salvini con accanto i ministri Giulia Bongiorno, Gian Marco Centinaio ed Erika Stefani. Dall'altra il grande imputato Danilo Toninelli, affiancato da Riccardo Fraccaro e con leggero ritardo da Luigi Di Maio. In mezzo, tre sedie vuote, compresa quella del premier Giuseppe Conte che ha pensato bene di chiamarsi fuori la sera prima: «La votazione sulle mozioni per la Tav non prefigura in alcun modo un sindacato sul mio operato». Tra i due eserciti in armi nessun saluto. Tantomeno scambi di battute. C'è solo indifferenza, distanza, a tratti manifesta ostilità.
Non mancano spunti comici. Anzi, tragicomici. Il primo è servito dal grillino piemontese Alberto Airola. Noto No-Tav, il senatore interviene per dimostrare che l'Alta velocità è una fregatura servita da Emmanuel Macron. Prima sgancia una battuta: «Con la Torino-Lione avremo la senape venti minuti prima». Poi si avvita nei numeri: «I francesi pagheranno per i loro 45 km di linea 1 miliardo. No, anzi, per 12 chilometri pagheranno un miliardo». Un paio di colleghe provano ad aiutarlo, gli suggeriscono cifre esatte. E Airola: «Ah, sì, scusate. E' il contrario: 45 chilometri sono italiani e l'Italia paga i due-terzi, 4 miliardi. No, 45 chilometri sono francesi e l'Italia paga 4 miliardi per i chilometri francesi, mentre per i suoi 12 chilometri paga 1 miliardo». I grillini accanto si coprono, per disperazione, il volto con le mani.
SEPARATI IN CASA
Il secondo show è offerto dal governo. Quando al termine della discussione generale la presidente di turno, Anna Rossomando, invita «il rappresentante dell'esecutivo ad esprimere il parere sulle mozioni», si alza in piedi il sottosegretario grillino Vincenzo Santangelo. Sta per pronunciare la prima frase, ma la Rossomando dà la parola al viceministro leghista all'Economia Massimo Garavaglia. Santangelo rimane in piedi per qualche istante, sibila alla presidente: «Ma cosa stai facendo?!». Poi si accascia con aria perplessa sulla poltrona. Garavaglia va giù piatto: «La Lega invita a votare a favore della Tav e contro chi blocca il Paese». Tocca a Santangelo: «Parlo a nome del governo che si rimette al parere di questa assemblea». Insomma, il giallo si separa dal verde. I 5stelle dalla Lega. Il governo si fa bino, anzi trino vista l'artificiosa terzietà di Conte.
Vista la mala parata, in Aula si fa più forte il terrore delle elezioni anticipate. Così, d'incanto, per ottenere il sì della Lega alla propria mozione ed evitare il rischio che passi quella dei 5Stelle che innescherebbe la crisi, il capogruppo dem Andrea Marcucci compie ciò che il leghista Massimiliano Romeo definirà «capolavoro sartoriale»: il testo della mozione dem si riduce a sole due righe, quelle che impegnano il governo a realizzare l'Alta velocità Torino-Lione. Cancellate di netto le critiche all'esecutivo su cui la Lega aveva posto il veto. «E' l'inciucio del cemento», sibila il grillino Agostino Santillo. E Loredana De Petris, di Leu: «Siamo di fronte a una farsa, nessuno chiama in causa Conte che ha detto sì alla Tav».
Vanno poi in scena il bluff di Marcucci: «La maggioranza non c'è più, Conte si dimetta». E da buon renziano, il capogruppo dem, tutto vuole meno che le elezioni. L'arrampica sugli specchi del presidente dei senatori grillini Stefano Patuanelli disperatamente impegnato a dribblare la crisi: «E' surreale dimenticarsi che questa è una Repubblica parlamentare e non un premierato. Qui il governo non c'entra». E, soprattutto, il licenziamento di fatto dell'alleanza giallo-verde da parte del capogruppo leghista Romeo, opportunamente indottrinato da Salvini qualche minuto prima: «Su un tema così importante avere due partiti di maggioranza, uno che vota in un modo e uno in un altro, pone una questione politica chiara...».
LA CONTA
Poco dopo le dodici scattano le votazioni. Bocciate le mozioni No-Tav di 5Stelle e Leu. Approvate quelle Sì-Tav di Pd, Forza Italia, Fdi. Il dem Tommaso Cerno vota con i 5Stelle: «L'Alta velocità è un spreco colossale». E Matteo Renzi gli appunta sulla giacca una spilletta del Movimento: «Grillino ad honorem».
Di Maio già non c'è più. E' scappato via, testa basta e volto scuro, appena chiuse le votazioni. Esattamente come Danilo Toninelli che sente aria di sfratto: «Non me ne frega nulla della mia poltrona». La batosta è doppia: ingoiata la Tav, i 5Stelle rischiano di essere spazzati via da quella crisi che hanno tentato di evitare subendo ogni diktat leghista. Salvini invece gongola, dà il cinque, parlotta con i suoi. A un senatore forzista che gli chiede come finirà, risponde: «Resta nei paraggi, può succedere di tutto».

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