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Pescara, 20/11/2019
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Data: 09/08/2019
Testata giornalistica: Il Centro
«La maggioranza è finita». Salvini vuole le elezioni. Il leader della Lega vede Conte: «Prendere atto in Parlamento e andare al voto». Replica del capo dei 5Stelle Di Maio: «Avete preso in giro il Paese, siamo pronti». E i partiti si preparano al peggio

Dopo mesi di tweet e post, la certificazione della rottura è arrivata con un comunicato ufficiale che gli mancava solo la ceralacca. A metà pomeriggio, ieri, la Lega ha chiarito che fra gli alleati c'è una «irrimediabile distanza » e che «l'unica alternativa » all'esecutivo gialloverde sono «nuove elezioni». La palla è quindi passata nelle mani di Giuseppe Conte, che in mattinata era salito al Colle per consultarsi con il Capo dello Stato e ribadire la sua volontà di di non dimettersi ed eventualmente di parlamentarizzare la crisi. Per tutta la giornata il premier non ha fatto dichiarazioni ufficiali. Ma qual è la strada maestra per arrivare al voto lo ha detto Salvini dopo averlo incontrato a Palazzo Chigi: «Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c'è più una maggioranza, come risulta evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori». Se così sarà, «noi siamo pronti», ha detto il leader del M5s, Luigi Di Maio. Insomma, Salvini ha scelto la meta. E Conte potrebbe aver indicato la strada, chiedendo di far arrivare la crisi in Parlamento, di non far cadere il governo via comunicato, ma per un voto di sfiducia in Aula. Ora spetta al Quirinale gestire le prossime mosse di questa complessa partita a scacchi, che si apre pochi giorni dopo la chiusura di Camera e Senato per la pausa estiva. «Se riapriamo le Camere per la parlamentarizzazione » della crisi, ha avvertito Di Maio, «cogliamo l'opportunità di anticipare anche il voto» sul taglio dei parlamentari. La giornata è stata un susseguirsi di incontri e vertici. Luigi Di Maio ha convocato i suoi capigruppo. Il Presidente della Camera Roberto Fico è salito al Colle. Ma i vertici più significativi sono stati quelli della mattina, al Quirinale, fra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Giuseppe Conte, e quello del pomeriggio, a Palazzo Chigi, fra Salvini e il presidente del Consiglio. La scansione temporale fa pensare che il secondo sia stato la conseguenza dell'esito del primo. Dopo l'incontro al Colle, Conte ha ostentato tranquillità, tornando a Palazzo Chigi a piedi. Poi è stato fatto filtrare che si era trattato di «un colloquio informativo» in cui non si era parlato di «crisi e tantomeno di dimissioni». La visita a palazzo Chigi sembra quindi essere servita a Salvini per dire chiaro a Conte cosa la Lega si aspetti da lui. Cioè, che metta il Paese in condizione di andare al voto. La Lega non è infatti parsa intenzionata a trovare una formula diversa per costringere Conte a fare le valigie. Un modo sarebbe stato ritirare i ministri. Ma quando sono cominciate a circolare indiscrezioni di quel tipo, via Bellerio le ha smentite, aggiungendo che Matteo Salvini non aveva chiesto le dimissioni del premier. Insomma col passare delle ore il quadro si è un po’ chiarito, ma ancora non è del tutto chiaro. Anche perché, la partita ha un altro protagonista, il Movimento Cinque Stelle. Anche se, dopo il voto alle Europee, il pallino dei giochi di governo non è nelle mani dei pentastellati. Davanti alle ultime uscite di Salvini, anche i Cinque Stelle sono tornati a marcare la posizione. «I giochini di palazzo non ci sono mai piaciuti» ha detto Luigi Di Maio. E un governo tecnico sarebbe «una follia». In serata, Di Maio ha provato ad apparire sereno: Giornata difficile? «Ma no, io sono tranquillo e sono al lavoro», ha provato a smorzare il leader Cinque Stelle. Mentre Alessandro Di Battista ha attaccato Salvini: « È schiavo del sistema - ha scritto in un post su Fb- , e manda tutto all'aria per pagare cambiali a parlamentari terrorizzati dal taglio delle poltrone». A complicare i rapporti fra i protagonisti del risiko, le «rilevanti perplessità» messe nero su bianco dal Presidente Mattarella in una lettera inviata ai presidenti delle Camere insieme alla promulgazione del decreto «simbolo» della Lega, il Sicurezza Bis.

E i partiti si preparano al peggio. Dal M5S sguardi verso il Pd, pressing FI sulla Lega per un governo di centrodestra

ROMA Il fattore tempo. Su questo si gioca ora la crisi in Parlamento. Matteo Salvini invita Conte ad andare alle Camere per essere sfiduciato, e gli chiede anche di farlo subito, nel tentativo di bruciare i giochi sempre aperti per tenere in vita la legislatura. L'obiettivo della Lega le urne a ottobre, magari da soli, nonostante Fi e Fdi già spingano per un'alleanza. Prima delle alleanze, però, c'è lo scioglimento delle Camere. E un possibile tentativo di ribaltone. Ci si proverà, scommettono da più parti: si sono intensificati, nelle ultime ore, i contatti tra M5s e la parte del Pd più sensibile alle sirene di un'alleanza giallorossa. Nicola Zingaretti dice no e i renziani ufficialmente restano per la linea del «senza di me». Ma le Camere sono piene di deputati e senatori che corrono il grande rischio della non rielezione. Se Conte sceglierà davvero, come sembra, di parlamentarizzare la crisi e presentarsi alle Camere lo farà, sostengono più fonti, per vedere quali numeri ha, anche in prospettiva futura. Potrebbe essere lui uno dei protagonisti della nuova stagione politica. L'altra soluzione è un esecutivo tecnico, ma sarebbe un suicidio politico per qualsiasi partito. Quando sente Roberto Fico e vede i capigruppo, a Luigi Di Maio è già chiaro che Salvini vuole il voto. E infatti in mattinata il leader M5s già sfodera un argomento da campagna elettorale: il 9 settembre, ricorda, si dovrebbe votare in via definitiva la riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari ma se la Lega la fa saltare aprendo la crisi dimostra di essere «contro il cambiamento». I leghisti fanno spallucce: andranno al voto, sono sicuri, con il vento in poppa e con l'arma in tasca di promesse come la flat tax o, per il Nord, l'autonomia. Salvini spinge per una crisi lampo: avrebbe ottenuto la rassicurazione che anche Nicola Zingaretti vuole andare al voto. Il segretario del Pd lo dice con nettezza: «Siamo pronti alla sfida». Quanto al centrodestra, sono i forzisti, lacerati da una scissione in atto, i più restii al voto. Un dirigente leghista avverte che anche loro potrebbero «tradire», sposare un governo alternativo per non andare alle urne. Ma ai vertici di Fi è alla alleanza con Salvini che si lavora.

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