«Il rapporto con i soldi? Ho iniziato a guadagnare dall'età di 16 anni facendo il cameriere e il gelataio»
PESCARA. Un anno sempre sotto i riflettori, nel bene e nel male. Ma Luciano D'Alfonso, il più giovane presidente della Provincia alle elezioni del 1995 (aveva 29 anni), è ormai temprato a tutte le stagioni. Gli ultimi giorni del 2007 sono stati decisamente i più amari. Al termine di un'altra mattinata estenuante, abbandonato sul divano del suo ufficio di palazzo di città, il sindaco decide di rilasciare al Centro una intervista che va al di là del bilancio di fine anno della sua Amministrazione e delle inchieste giudiziarie che lo riguardano, per mettere a nudo paure e sentimenti.
Sindaco, un anno pieno di eventi: nasce il Partito democratico che incorona D'Alfonso segretario regionale, si affaccia il 2008 con le elezioni amministrative all'orizzonte. In mezzo ci sono le inchieste giudiziarie che la riguardano. Qual è il suo bilancio?
«Sono stati dodici mesi di grande impegno nei quali abbiamo centrato obiettivi importanti ai quali lavoravamo da tempo. Pensiamo solo al capitolo degli investimenti, al recupero dell'Aurum, del Michetti, dell'Aternino; alla trattativa con la Croazia per candidare Pescara come casello dell'autrostrada del mare, all'appalto dello stadio, al salvataggio della Pescara calcio, ormai in mani sicure grazie all'impegno della Caripe. Poi è anche accaduto che qualche pagina di amarezza si è unita ai momenti di gioia come l'elezione a segretario regionale del mio partito».
Come utilizzerà queste esperienze nel 2008, la sua ricandidatura a sindaco sembra ormai nei fatti?
«Come sempre mi metto a disposizione del mio e degli altri partiti. Non chiederò di fare il candidato a nessun livello, solo di essere una risorsa della coalizione per qualsivoglia esigenza, dall'affissione dei manifesti alla gestione dei "fondachi" (il riferimento all'inchiesta giudiziaria in corso ndr). Certo che questi cinque anni sono stati molto impegnativi ma anche carichi di soddisfazioni. Perché ho toccato con mano come il ruolo di sindaco sia una responsabilità che consente con velocità di trasformnare le idee in fatti. E poi c'è anche quello che non produce sorriso ma amarezza e, qualche volta, risentimento».
Si riferisce alle inchieste della magistratura che hanno riguardato anche la sua persona?
«Ho messo nel conto certi rischi, perché è normale che un amministratore pubblico venga sottoposto ad attività conoscitive di indagine. Quel che mi dispiace è il clamore, a volte smisurato, che viene dato a certe notizie. Ma mi rendo conto che ciò fa parte del gioco, dell'evidenza pubblica del proprio ruolo».
Lei da cinque anni arriva in ufficio alle 8 del mattino e va via alle 21. Cosa la spinge a continuare?
«La grande voglia di essere utile alla collettività, al disegno di questa città che si può cogliere con facilità. Pescara è molto protesa in avanti, compiere gesti che abbiano un significato non solo per sé, ma anche per la vita collettiva, è già una forte motivazione».
Che rapporto ha con la famiglia, quanto tempo riesce a dedicare ai suoi figli?
«Questo è il mio più grande rimpianto che, come uno spettro, vedo muoversi all'orizzonte: dovermi rimproverare, un domani, di non essere stato costantemente presente dentro casa, al fianco soprattutto dei miei figli. Perché se faccio un confronto tra quello che mi ha dato mio padre, ad esempio come presenza nei momenti scolastici, e quello che sono riuscito fino ad oggi a dare ai miei bambini, mi sento responsabile. Spero, in futuro, di poter rimediare anche a questo».
Quante mani ha stretto in questi anni e cosa è rimasto del contatto umano con tutti coloro che ha avuto modo di incontrare?
«Credo di avere conosciuto direttamente il novanta per cento dei pescaresi. Poi il "Sabato del cittadino", che è un appuntamento tradizionale di questo Comune, mi ha consentito anche di essere un riferimento, oltre che dei pescaresi, dei bisognosi che arrivano dall'hinterland, dalla fascia interna della provincia».
Ha qualche episodio particolare da ricordare?
«Ho incontrato casi di dolore, ma anche di straordinaria dignità umana. Per esempio una donna che era carica di problemi personali ed era venuta da me a segnalarmi non un problema suo o della sua famiglia, ma di un suo conoscente gravemente ammalato che era scomparso da casa. Così come il caso di un signore che era stato accusato di avere violentato la figlia. Si sentiva impazzire ed era venuto qui non per chiedere aiuto economico, ma per sentirsi utile per la città: aveva bisogno di qualcosa che non lo facesse pensare al dramma che aveva vissuto e per il quale era stato accusato».
Che rapporto ha con il potere?
«Del potere ho questa idea: è uno strumento fondamentale per realizzare, per fare in modo che un territorio si presenti come lo spazio di una comunità. Il territorio nudo e crudo, senza investimenti, senza infrastrutture, senza spazi per la collettività non diventa mai una città».
Che uso ne ha fatto fino ad oggi?
«Il potere l'ho utilizzato sia per risolvere aspettative della città, sia per riempire il vuoto che c'è tra la condizione del dolore di un singolo e la norma. A volte con il potere di sindaco mi è riuscito di rispondere ad aspettative di cittadini che vivevano drammatiche condizioni di vita personale. Persone che avevano ad esempio bisogno di essere operate d'urgenza o che non avevano i soldi per provvedere alle onoranze funebri, ad un funerale dignitoso per i propri cari».
Qual è, invece, il suo rapporto con i poteri forti?
«Li ritengo portatori anche di responsabilità sociale. Ogni volta che ho potuto ho fatto in modo che i grandi imprenditori diventassero anche socialmente responsabili, perché ritengo che la ricchezza deve essere prodotta in un territorio ma anche distribuita».
Che rapporto ha con il denaro?
«Lo ritengo uno strumento necessario per vivere e anche la misura del lavoro che uno fa. Ho avuto la fortuna di non avere mai problemi economici dall'età di 16 anni, perché ho cominciato a guadagnare da ragazzo con lavori ben remunerati. E poi sono stato sempre circondato dall'affetto e dalle attenzioni dei miei familiari che hanno provveduto sempre alle mie necessità».
Ricorda il suo primo lavoro?
«Quello di cameriere. Guadagnavo 800mila lire al mese; ho fatto contemporaneamente il gelataio e ho lavorato come operatore del rimboschimento sulle montagne della Maiella. Poi ho lavorato nel campo della formazione professionale, al ministero del lavoro e con un operatore economico che si occupava di innovazioni tecnologiche. Infine all'Anas. Nel frattempo ho sempre avuto responsabilità pubbliche di rilievo».
Come si fa a conciliare tutto, è esistito un D'Alfonso giovane?
«Ci sono stati momenti nei quali davvero avevo il problema di riservare una parte del mio tempo alla mia persona, perché ero solo preso dalla dimensione lavorativa».
Lei è un cattolico praticante, qual è la preghiera che rivolge più spesso?
«Quella di illuminare il mio cammino, le mie decisioni e le mie responsabilità e di darmi la forza e la lucidità di essere sempre all'altezza del mio compito, in tutte le mie responsabilità: da quella di sindaco a quella di padre, a quella di marito, a quella di uomo. C'è stata una importante vicenda familiare, la malattia di un parente, che mi ha profondamente segnato facendomi capire quali sono le cose davvero importanti nella vita, i riferimenti che non devono essere smarriti mai».