L'AQUILA-Altro che passo indietro, altro che farsi da parte. Perché Ottaviano Del Turco ad uscire di scena non ci pensa nemmeno. E' pronto invece a ricandidarsi «specie se risultasse difficile individuare una persona in grado di assicurare la continuità dell'azione di rinnovamento iniziata da questa giunta». Una dichiarazione che farà rumore più dei botti di fine d'anno e che il presidente della Regione ha voluto accompagnare a una serie di altre valutazioni politiche: il bilancio appena approvato, il caso D'Alfonso, lo scontro probabile sui tagli alla sanità privata, il ruolo futuro dell'Abruzzo.
Presidente, lei si è detto soddisfatto della tenuta della maggioranza nell'ultima discussione sul bilancio, ma c'è chi dice che senza le "maniere forti" del governatore, la stessa maggioranza si sarebbe fatta male da sola.
«Sì, so di questa leggenda metropolitana per la quale il presidente che difende le proprie convinzioni fa una prepotenza alla maggioranza. Non c'è nulla di più sciocco di un ragionamento del genere. Ciò che ho chiesto alla maggioranza era nel programma elettorale. Alle regionali ho avuto quasi il 60 per cento dei consensi, cioè un'indicazione chiara: cambiare e rispettare l'impegno con gli elettori. Non fare più l'esercizio provvisorio era un obbligo preso in tutti i comizi e i dibattiti televisivi».
Lei ha sempre dichiarato che non si sarebbe ricandidato alle prossime elezioni regionali. Ma oggi sembra che abbia cambiato idea anche per le pressioni di alcuni settori del centrosinistra.
«No, non ho cambiato idea. Dico soltanto che il programma di rinnovamento della Regione e del metodo di governo non può durare cinque anni. Se c'è un candidato in grado di assicurare la continuità dell'azione di rinnovamento, io posso farmi da parte perché mi considero soddisfatto del lavoro iniziato. Ma se dovessi constatare che dopo un quinquennio passato a risanare, chi arriva si candida a riproporre gli stessi guai che ho dovuto affrontare e risolvere, sarebbe mio dovere dire agli abruzzesi che sono pronto a proseguire l'azione di rinnovamento. Tanto più se avessi l'impressione che nella ricerca di un nuovo candidato vi fosse il tentativo di tornare ai nefasti del passato. Allora mi opporrei con tutte le mie forze».
Il caso D'Alfonso. Lei ritiene che le inchieste che lo riguardano possano condizionarne la posizione come segretario del Partito democratico o come aspirante alla poltrona di sindaco di Pescara per la seconda volta?
«Sono un vecchio garantista. Lo sono con maggiore convinzione e sentimento di orgoglio quando le garanzie che invoco per tutti riguardano persone con cui ho avuto discussioni anche animate. E' il caso di Luciano D'Alfonso. Traggo dalla sua serenità e da come sta affrontando questa bufera, la convinzione che ne uscirà presto e bene. Penso che debba ricandidarsi a sindaco di Pescara. Mi ha colpito l'esemplare lezione di garantismo del ministro Di Pietro. Spero che sia un monito a non usare questa vicenda per meschine ragioni di bottega».
La sanità. Il centrodestra sostiene che è stato nel 2006 che deficit ha raggiunto i 400 milioni di euro nonostante 140 milioni di aumento di tasse regionali. Com'è possibile dare la paternità di questo disastro soltanto all'ex giunta Pace?
«Due mesi prima delle elezioni la giunta Pace approvò un accordo molto generoso con la sanità privata scaduto il 31 dicembre. Abbiamo proposto al governo una riduzione che va dal 20 al 30-35 per cento delle tariffe accordate alle cliniche dall'ex giunta, lasciandoci un debito che non abbiamo potuto annullare, altrimenti avremmo dovuto affrontare un contenzioso molto pesante. Mi auguro che cliniche private continuino a lavorare anche con i tagli. Ripeto: quella convenzione scaduta era troppo generosa».
I costi della politica. Alcuni provvedimenti li riducono come la legge sul sistema idrico integrato o il piano regionale sui rifiuti. Ma pare che qualcosa si stia inceppando. Per gli enti d'ambito si annuncia una pioggia di ricorsi.
«Ce lo aspettavamo. L'unico modo per impedire il rinnovamento (la riduzione degli Ato e il loro commissariamento ndr) era avviare un contenzioso. Noi siamo pronti al confronto giudiziario. Per quanto riguarda le riforme, non ci limiteremo solo agli Ato. Stiamo provvedendo a una riduzione altrettanto importante per l'amministrazione delle case popolari. La nostra legge sulla riduzione dei consigli di amministrazione, il governo l'ha fatta propria con la finanziaria, copiando il nostro provvedimento. Ne siamo molto orgogliosi».
Lei dice che è finita l'epoca delle mance, ma sa anche che le mance sono un'abitudine di questa regione. A chi fanno comodo le mance presidente?
«A una cultura della politica che è la dannazione di questa regione e che nasce da un tormentone che ripeto spesso: una piccola regione non si deve permettere una grande politica economica, una rete ferroviaria e autostradale efficiente, un sistema industriale in cui la Micron raddoppia, o un rapporto con l'Eni che decide di diventare interlocutore dell'Abruzzo che è l'unica regione insieme alla Baviera che si è assunta la responsabilità del progetto Galileo, il più importante nel campo delle telecomunicazioni. C'è chi ha un'altra idea della politica: piccoli siamo e piccoli dobbiamo rimanere. E allora bastano piccole mance, perché non ha senso impegnare i soldi per cose grandi. E' solo vanità. Ma io sono orgoglioso del contrario.»