Con un calo delle imposte pari all'1% di Pil più consumi e meno inflazione
ROMA. La riduzione delle tasse sui salari, che scalderà la prossima settimana il confronto tra governo e parti sociali, avrebbe un impatto positivo sull'economia, con un rilancio dei consumi e un calo dell'inflazione. A dirlo non sono i sindacati che si siederanno al tavolo con il governo.
A sostenerlo sono tre economisti della Banca d'Italia in uno studio realizzato per l'istituto guidato da Mario Draghi che simula l'impatto di politiche di bilancio sull'area dell'euro. Un calo delle imposte sui redditi da lavoro, pari all'1% del Pil, avrebbe effetti positivi su una equilibrata crescita economica più che se le stesse risorse fossero utilizzate per aumentare la spesa pubblica. Il «prodotto» crescerebbe subito di 0,4 punti per poi rimanere stabile tra i 0,32 e i 0,37 punti per altri tre anni. I consumi salirebbero di quasi mezzo punto in tre mesi e l'inflazione registrerebbe una riduzione che nel trimestre sarebbe di 0,59 punti, per poi attestarsi su un effetto calo di 0,54 punti percentuali dopo un anno.
Lo studio su «Effetti di equilibrio economico generale della politica fiscale», firmato da Lorenzo Forni, Libero Monteforte e Luca Sessa e pubblicato dalla Banca d'Italia, arriva proprio nel momento in cui il governo sta valutando politiche di riduzione fiscale. Ma non contiene assolutamente collegamenti con l'attualità. Valuta invece in modo accademico - con uno studio ricco di tavole, flussi, equazioni e simboli econometrici - cosa accadrebbe in contesto più ampio di quello italiano (quello dei paesi dell'euro) se i governi decidessero di spingere l'economia o aumentando la spesa pubblica dell'1% del Pil, o riducendo le tasse di un importo analogo. «Nell'insieme - spiegano alla fine i tre esperti dell' istituto guidato da Mario Draghi - gli effetti espansivi sul prodotti di riduzioni delle aliquote fiscali risultano essere assai più persistenti rispetto a quelli di aumenti di spesa». E' proprio il calo delle imposte sui redditi da lavoro (leggi Irpef) che dà risultati più equilibrati. Vengono infatti ipotizzate anche riduzioni dello stesso importo per i soli redditi da capitale (come le tasse sui capital gain), o per le sole imposte applicate sui consumi (come l'Iva).
Ma il calo delle tasse sui redditi darebbe l'effetto più centrato e duraturo. Avrebbe dopo tre mesi un impatto positivo di 0,39 punti percentuali sul prodotto, di 0,45 punti sui consumi e di 0,28 punti sugli investimenti. L'inflazione calerebbe dello 0,59%. Dopo il primo anno gli effetti rimarrebbero sostanzialmente invariati con una lieve limatura della crescita dei consumi (a +0,33 punti) ma un forte impatto sugli investimenti (+0,81 punti). Una coda positiva ci sarebbe poi anche dopo tre anni: di 0,37 punti sul prodotto, di 0,22 sui consumi, di 2,05 punti sugli investimenti e di -0,33 punti per l'inflazione. Meno equilibrate appaiono invece riduzioni fiscali centrate sulle aliquote che tassano i consumi.
Al contrario, una calo delle tasse sui capitali avrebbe l'effetto di ridurre i consumi e di spingere gli investimenti. I tre ricercatori della Banca d'Italia valutano anche l'ipotesi che i governi decidano invece di spingere la spesa pubblica. In questo caso gli effetti risultano «lievi (tra lo 0,05 e lo 0,2% nella media del primo anno) e di breve durata (l'effetto espansivo si annulla dopo circa un anno)». E si aggiungerebbero sia un impatto negativo sugli investimenti (che calerebbero tra lo 0,05 e l'1,0%) sia un aumento dell'inflazione. Certo il risultato finale dipende anche dal tipo di spese che vengono aumentate: se si agisce sulla leva della spesa per consumi di beni e servizi dopo un balzo trimestrale dell'1,27% il prodotto si attesterebbe sullo 0,88% annuo; l'impatto sarebbe più basso in caso di aumenti di spesa per finanziare il pubblico impiego (subito il +0,28%, +0,05% dopo due anni); e un valore intermedio se la spesa riguarda i trasferimenti ai cittadini (tra lo 0,42 e lo 0,15%).
Così, a conti fatti, la conclusione è netta: «Nell'insieme gli effetti espansivi sul prodotto - spiega lo studio Bankitalia - dovute a riduzioni delle aliquote fiscali, risultano essere assai più persistenti rispetto a quelli di aumenti di spesa».