C'è chi pensa che gli anni '80 italiani inizino la notte dell'11 luglio 1982 quando Dino Zoff alza al cielo la Coppa del mondo. Secondo altri, la scena primaria del decennio del ritorno al privato è una grigia giornata autunnale del 1980 a Torino.
Dipendesse da lei Wilma Labate, 49 anni, romana, regista, sul calendario della storia patria cerchierebbe di rosso il 14 ottobre 1980, il giorno della cosidetta Marcia dei 40mila, quando, a Torino, scesero in piazza 40 mila quadri della Fiat, ponendo fine così a 35 giorni di sciopero che i sindacati avevano proclamato per opporsi alla decisione dell'azienda di licenziare 23 mila operai. Ai giorni a cavallo di quella data fatidica - che segnò la disfatta dei sindacati confederali e della classe operaia come soggetto sociale - Labate ha dedicato un film «Signorinaeffe», interpretato da Valeria Solarino nel ruolo di una giovane laureata in matematica dipendente Fiat, fidanzata con un dirigente dell'azienda torinese, Fabrizio Gifuni, che intreccia una storia d'amore con un operaio delle presse, Fabrizio Timi, per la breve-lunga durata della protesta, prima di tornare a inseguire il suo sogno di riscatto sociale.
Labate, un'autrice politicamente schierata («Sto con la Sinistra l'Arcobaleno, e questo mio prendere posizione politicamente complica non poco la possibilità di mettere insieme i soldi per i miei film») sarà, stasera al Massimo di Pescara (si legga il box in alto), per una proiezione di «Signorinaeffe». Alla vigilia, ha accettato di parlare con il Centro del suo film e del pezzo di storia italiana che racconta.
La Marcia dei 40 mila è stata la fine di qualcosa e l'inizio di un'altra: di cosa?
«Ha segnato la fine del movimento operaio e del lavoro fordista e, in un certo senso, la nascita della globalizzazione».
Nel film la storia di Emma, interpretata da Valeria Solarino, rimanda alla storia collettiva italiana?
«Naturalmente sì. Nel senso che finisce la sbornia colettiva, nata nel '68, e si rifluisce nel privato, cioè nella voglia di riscatto sociale. Da quel momento in poi l'identità di classe viene avvolta da una nebbia e vissuta come un peso».
Un riscatto sociale che rivelerà una speranza illusoria?
«Gli anni successivi hanno dimostrato che è stata una grande illusione, tanto che oggi stiamo peggio di allora e la classe operaia sta peggio di 30 anni fa. Il grande sogno dell'azzeramento delle classi in un unico ceto medio si è rivelato illusorio».
Che cosa rimpiange degli anni pre-autunno 1980?
«La vitalità nel vivere il sociale. Non si è più vissuto così nel sociale e nel collettivo. Quegli anni lì hanno prodotto anche il fatto che per molto tempo si è vissuto in modo collettivo, una cosa che è stata, oltre che appassionante, anche molto divertente, arrecando felicità».
La classe operaia, i sindacati commissero errori in quella vertenza Fiat?
«Non sono una storica, sicuramente furono commessi anche degli errori, ma non so quale alternativa avessero, in quei momenti, i sindacati. Forse non c'erano alternative. La decisione della Fiat di mettere in campo i 40mila quadri fu totalmente nuova. Non si può rimproverare ai sindacati quella mossa. La Marcia dei 40 mila ha destabilizzato tutto, anche il sindacato».
Si dice a volte che Enrico Berlinguer sbagliò quando, davanti ai cancelli di Mirafiori, garantì agli operai in lotta il sostegno del Pci nel caso di occupazione della Fiat: lei che cosa pensa?
«Io posso dire che l'immagine di Berlinguer circondato da decine di migliaia di operai è commovente. E' un'immagine che mi provoca un'emozione grandissima. Storicamente, non so se Berlinguer abbia commesso un errore. Io ho rivisto le immagini di repertorio, ebbene, quella risposta di Berlinguer arrivò in seguito alla domanda di un operaio: "Se decidessimo l'occupazione che cosa farebbe il Pci?". Di fronte a una domanda del genere che cosa poteva rispondere il segretario di un partito come il Pci? Quella di Berlinguer era una risposta quasi obbligata».
Quel conflitto del 1980 rimanda alle divisioni politiche di oggi?
«Sì. E' in quel momento che si è accettata una sconfitta, si è preso atto che la Fiat aveva vinto. Probabilmente è cominciato lì il grande rifluire nel tinello di casa, anche a livello di lotte operaie. Nel 1980 - non dimentichiamolo - si è parlato, per la prima volta, in maniera esplicita di mobilità e flessibilità del lavoro. Una volta accettati quei due concetti, si arriva, gioco forza, a oggi».
Nella realizazione del suo film, un impasto di finzione e documentario, si è ispirata di più al «Salvatore Giuliano» di Francesco Rosi oppure al «Jfk» di Oliver Stone?
«Al "Salvatore Giuliano" di Rosi, con tutta la modestia del caso, soprattutto per l'impatto delle immagini e del racconto che è tipico di Rosi».
Secondo lei, che fine avrebbero fatto i tre personaggi principali del suo film?
«La giovane laureata in matematica di Valeria Solarino, che era destinata a una carriera brillante in Fiat come quadro o, magari, piccolo dirigente, è stata licenziata nel 1994 con tutti gli altri impiegati. L'operaio di Timi è stato messo in cassa integrazione a zero ore nel 1980 e, poi, mai più riassunto. Il dirigente di Gifuni è stato licenziato alla fine degli anni Novanta quando si è attuato il grande ricambio dei quadri, sostituendo i vecchi che costavano troppo con i giovani e, così, facendo perdere all'azienda il grande know-how che aveva sempre avuto».
La morale che lei trae da queste tre storie qual è?
«Che nella vita bisogna sempre appassionarsi perché così si vive meglio. Quei tre personaggi lo erano, appassionati. Ma la passione personale finisce nel momento in cui termina quella collettiva. E poi dovremmo imparare a non separare mai il nostro destino personale da quello collettivo, perché - come si diceva negli anni Settanta - il personale è politico. E oggi il personale è sempre più politico».