La crisi energetica che sta attanagliando il mondo occidentale, provocata in larga parte da quella finanziaria e bancaria, rischia di far pagare un tributo assai alto al trasporto pubblico, già vessato da ritardi strutturali e politiche poco lungimiranti. Oggi la benzina è tornata a sfiorare la soglia psicologia di 1,4 euro al litro, e il gasolio ormai si discosta di poco, mentre il barile a New York sfiora i 99 dollari. Significa in pratica che le aziende di trasporto locale dovranno farsi carico di oneri sempre maggiori, a fronte di tariffe bloccate e una sostanziale rigidità sul lato dei costi. Questo mentre l'ultima finanziaria, oltre a dedicare qualche spicciolo in più al settore, non ha dato nessun segnale chiaro di quella che dovrebbe essere una strategia complessiva per il riordino del settore, a cominciare dall'aspetto istituzionale. In compenso il governo ha concesso l'ennesima rottamazione delle auto, mostrando così di voler far pagare ai cittadini, che come sempre abboccano, il galleggiamento dell'industria automobilistica, da una parte, e i disagi della mobilità cittadina, dall'altra. Perché mai un chiunque di noi dovrebbe utilizzare il mezzo pubblico dopo che si è anche indebitato per comprare l'utilitaria all'ultimo grido? La debolezza della politica, perciò, si riverbera sulla debolezza delle nostre città a reggere l'urto del traffico. I mezzi pubblici sono condannati a perdere nel confronto con la mobilità privata, anche perché le strade intasate non aiutano certo a migliorare il servizio. E questo, a cascata, riacutizza le vecchie problematiche che fanno del trasporto pubblico l'anello debole dei sistemi cittadini. Ma a quanto pare tutto questo non importa a nessuno.