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Data: 24/02/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Thyssenkrupp: «Fu un omicidio volontario». Accuse pesantissime per l'amministratore delegato Harald Espenhahn e altri 5 dirigenti. Nell'incendio sette operai morirono avvolti dalle fiamme

Indagini chiuse a tempo di record Contestato anche il «dolo eventuale»

TORINO. Omicidio volontario con dolo eventuale per l'amministratore delegato Harald Espenhahn, omicidio colposo con colpa cosciente per altri 5 indagati. Per tutti: omissione dolosa aggravata di cautele anti-infortunistiche. Queste le conclusioni e le accuse dopo 2 mesi e 19 giorni di lavoro no-stop su oltre 200 mila pagine di documenti racchiusi in 170 faldoni.
Alle 13.45 di ieri la Procura di Torino ha chiuso in tempi record l'indagine sul rogo alla Thyssenkrupp del 6 dicembre scorso costato la vita a sette operai. Gli indagati sono sei: oltre a Espenhahn, i consiglieri delegati Marco Cucci e Gerald Priegnitz, un responsabile in servizio alla sede di Terni della multinazionale, Daniele Moroni, il direttore dello stabilimento di Torino Giuseppe Salerno, il responsabile del servizio prevenzione protezione ai rischi sul lavoro Cosimo Cafueri. Indagata anche la ThyssenKrupp come persona giuridica nella persona del legale rappresentante Jurgen Hermann Fechter.
Il processo potrebbe quindi svolgersi in Corte d'Assise, prevista per l'omicidio volontario con la formula del dolo eventuale contestato all'amministratore delegato del gruppo in Italia. «Dolo eventuale» significa che il reato viene commesso accettando il rischio consapevole di causare l'eventuale morte e viene punito «con la reclusione non inferiore ad anni ventuno». Espenhahn è anche accusato di incendio con dolo eventuale, mentre gli altri cinque devono rispondere anche di incendio colposo cosciente.
L'accusa di omicidio volontario con dolo eventuale si basa su due elementi. Il primo: l'amministratore delegato Espenhahn avrebbe posticipato dal 2006-2007 al 2007-2008 gli investimenti per il miglioramento dei sistemi antincendio dello stabilimento di Torino, pur sapendo che a quella data la sede sarebbe stata chiusa. Il secondo riguarda invece l'adeguamento della linea 5, dove si verificò il disastro: anche in questo caso, nonostante le indicazioni fornite da un gruppo di studio interno all'azienda e da una compagnia assicuratrice, la decisione fu quella di rinviare l'installazione di impianti di rilevazione e spegnimento incendi, a un'epoca successiva al trasferimento da Torino a Terni previsto dai piani aziendali. E questo, nonostante la linea 5 fosse in piena attività in uno stabilimento che, sottolineano gli inquirenti, si trovava in condizioni di crescente abbandono.
Tra gli eventi che hanno contribuito a ipotizzare la «consapevolezza del rischio» c'è poi un incendio in uno stabilimento tedesco della multinazionale avvenuto il 22 giugno 2006 su una linea analoga a quella di Torino. Un incendio «così distruttivo e devastante che - si legge in un rapporto interno - solo per miracolo, non vi furono morti e feriti». In seguito a questo incidente le assicurazioni imposero una franchigia di 100 milioni di euro invece dei 30 previsti fino a quel momento, e in diverse sedi del gruppo si resero necessari interventi di adeguamento degli standard di sicurezza. A Torino però, secondo i magistrati, non vennero prese iniziative, in quanto già dal 2005 si era previsto di trasferire gli impianti a Terni: un trasloco che sarebbe stato ritardato anche per evitare problemi di immagine, in quanto nel 2006 il capoluogo piemontese avrebbe ospitato le Olimpiadi invernali e sarebbe stato al centro dell'attenzione mondiale. Tra l'altro, l'incendio in Germania portò anche all'incremento dei lavori sulla linea 5 per la quale sono documentati «picchi di lavorazione» proprio nei mesi immediatamente precedenti al rogo, quando era stata già ampiamente progranmmata la chiusura.
«Abbiamo rispettato i tempi annunciati e mi sembra che sia una risposta in termini di efficienza»: ha dichiarato il procuratore capo Marcello Maddalena. «Una giusta risposta - ha aggiunto il procuratore Raffaele Guariniello - ad un'istanza di giustizia che ci è stata fatta dal Paese». Oltre ai sindacati, ora anche i lavoratori della linea 5 chiederanno di costituirsi parte civile in quanto «esposti al rischio». Mentre Sabina Laurino, che nel rogo ha perso il marito Angelo, spera solo «che li mettano in galera e buttino le chiavi».

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