Non riaprite quella porta. Non portate la mina dell'articolo 18 nel partito Democratico. Così due autorevoli rappresentanti della Cisl e della Cgil, Pier Paolo Baretta e Paolo Nerozzi, intervengono sul merito delle proposte avanzate dal giuslavorista Pietro Ichino. La sede del confronto è un giornale oltremodo vitale, in questi giorni, sui temi del lavoro: L'Unità. Ieri (25 febbraio) il quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha ospitato le tesi di Ichino, candidato del Pd (qui una sintesi), tra le quali, alla voce articolo 18, il giuslavorista sostiene che debba continuare «ad applicarsi, fin dall'inizio, per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione o di rappresaglia. Se invece - prosegue Ichino - il motivo è economico od organizzativo, la protezione del lavoratore è costituita da un congruo indennizzo commisurato all'anzianità e da un'assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo, con contributo interamente a carico dell'azienda, secondo il criterio bonus/malus: l'imprenditore meno capace di praticare il manpower planning, a ogni licenziamento vede aumentare i costi aziendali».
Ma per i due sindacalisti di area partitodemocratica, e per alcuni vicini anche a una candidatura, tornare a discutere della protezione dal licenziamento senza giusta causa è insensato. «L'articolo 18 no - spiega sempre all'Unità Nerozzi - , è un capitolo chiuso il 23 marzo (2002: giorno dei tre milioni in piazza, ndr) e non va riaperto». Su alcuni temi il sindacalista dà ragione a Ichino: «Quel che dice sui tanti lavoratori esclusi dalle tutele è un problema vero, al quale dare soluzioni nuove». Ma, puntualizza Nerozzi, «ci sono diversi ruoli. Ci sono i professori con il compito di costruire stimoli, provocazioni, di porre problemi. C'è chi deve rappresentare una parte, come lo è per me. Poi c'è chi deve fare sintesi e legiferare». Per quanto riguarda la tesi di Ichino, secondo il quale il diritto del lavoro va riscritto, Nerozzi spiega: «Su alcune cose sono sempre stato d'accordo con Ichino, sulla legge sulla rappresentanza, ad esempio, o sull'unità sindacale. Sono in disaccordo sul contratto unico, per esempio, e sull'articolo 18 la questione per me si è chiusa con il 23 marzo, non va riaperta. Infine la proposta del Pd sulla precarietà: per Nerozzi «va ridefinita tecnicamente, ma mi convince. Perché c'è un mondo del lavoro nuovo che va affrontato con mezzi nuovi».
Anche Baretta, già ieri, aveva dichiarato che l'articolo 18 è «un argomento da lasciare sepolto, così come è rimasto in questi anni». Secondo il sindacalista Cisl «una cosa è discutere dello Statuto dei lavori, colpevolmente rimasto nei cassetti della politica, altro è parlare di tutele che tengano conto della flessibilità, del contratto d'ingresso o dell'articolo 18. Io lo lascerei da parte». Baretta aveva poi aggiunto che «non c'è motivo per cambiare idea su questo tema. Non è una priorità, piuttosto discutiamo di flessibilità e stabilità del lavoro con le relative tutele». E oggi, sempre dalle pagine dell'Unità, approfondisce la questione: «Rovescerei l'impostazione - spiega Baretta -, partirei dagli esclusi. Prendiamo quella maggior parte dei lavoratori che l'articolo 18 non ce l'hanno, e discutiamo di quali tutele normative e salariali vogliamo dare loro. Partiamo da quello che si deve aggiungere, non da quello che si può togliere».
Baretta è d'accordo sul fatto «che il diritto del lavoro vada riformato. Ce n'è bisogno, perchè negli ultimi 15 anni è cambiato tutto». Però - precisa - «partire dall'art. 18 è un errore tattico, oltre che concettuale. Non agitiamo inutili fantasmi, per favore, ci sono talmente tanti argomenti seri e importanti da discutere prima dell'art. 18». Per Baretta bisogna «dare risposte alla precarietà che si prolunga, con contatti flessibili che si ripetono per anni e anni. Sul lungo periodo, le tutele non si possono scambiare con un indennizzo economico, nel caso di licenziamento. In alte parole: secondo la proposta di Ichino, le garanzie dell'art. 18 vengono monetizzate, io invece penso che il problema sia più complesso e delicato, e debba essere modulato anche in base all'età del lavoratore. (... ) Perchè a 28 anni un lavoro si può anche perdere, e ragionevolmente pensare di trovarne un altro. A 35-40 il discorso è evidentemente diverso. Insomma, va bene una certa flessibilità in entrata, ma poi dobbiamo lavorare per creare stabilità».
Nel frattempo Ichino prosegue per la sua strada. E, in un dibattito bipartisan col responsabile lavoro di Forza Italia, Maurizio Sacconi, lancia l'idea di una «piccola coalizione del diritto del lavoro»: «Facciamo un patto. Impegniamoci a non attaccarci e a votare insieme sui punti che condividiamo, chiunque vinca le elezioni». Per Ichino la flexicurity, che coniuga la flessibilità del sistema con la sicurezza dei lavoratori, dev'essere la stella polare delle politiche del lavoro.