PESCARA. Nel partito veltroniano si ottimizza tutto e tutto accade più veloce di quanto ti aspetti. Così può capitare che nella sala dove vengono presentate le liste per l'Abruzzo di Camera e Senato si allestisca e lavori a pieno ritmo uno studio fotografico per i ritratti dei candidati. E il ritmo della presentazione risulta tanto veloce che alla fine ci si dimentica anche di nominarli, i candidati. Ma l'atmosfera ieri al cinema Massimo era quella leggera da giorno prima degli esami, quando i risultati sono già scontati, almeno per chi ha i posti alti nelle liste.
Ospiti dell'anfitrione Luciano D'Alfonso, sindaco di Pescara e segretario regionale del Pd, sono il presidente del Senato Franco Marini, capolista al Senato, e il ministro della Salute Livia Turco, catapultata in Abruzzo dal suo Piemonte per correre da capolista alla Camera. In sala, oltre ai restanti 19 candidati, si assiepano dirigenti e amministratori del Partito democratico, con tre notevoli eccezioni: la vicesegretaria regionale del Pd Stefania Misticoni, l'assessore regionale all'Agricoltura Marco Verticelli e il vicepresidente della Regione Enrico Paolini. Assenze di marca diessina che nel partito vengono interpretate come protesta silenziosa per l'esito della formazione delle liste, e soprattutto per l'arrivo in quarta posizione alla Camera di un gasatissimo Tommaso Ginoble (quota Margherita), che in un colpo solo è riuscito a scontentare i Ds teramani, che s'aspettavano un proprio uomo (o una propria donna) al posto dell'uscente diessino Nicola Crisci, e il tenace alleato delle primarie, Ottaviano Del Turco, che avrebbe visto volentieri la candidatura di Lamberto Quarta al posto di quella del suo assessore ai Trasporti.
Ma D'Alfonso, che è già pronto a «zappare la città», così dice, per rastrellare voti per sé al Comune e per il partito alle politiche, metterebbe la mano sul fuoco per queste liste, «che sono una combinazione di esperienze e profili sociali, di generi e provenienze che hanno il massimo della qualità», assicura guardano la ministra Turco. Che di rimando si dice «onorata ed emozionata di affrontare una competizione elettorale in una regione bella e importante», accanto a un politico come Marini «che incarna la qualità della politica di cui l'Italia ha bisogno: una politica del bene comune e del rispetto della persona». Sullo stesso sentiero promette di muoversi la Turco: «Voglio incontrare molte persone, le persone della nostra vita quotidiana, perché c'è un problema di fiducia con i cittadini, e il Pd deve utilizzare ogni occasione per ristabilire questa fiducia, attraverso una politica utile, pulita, accessibile, che sappia trasmettere calore umano».
Per Marini il Pd è alla vigilia di una «straordinaria avventura», perché se è vero che l'alleanza del centrosinistra nasce nel 1995, «oggi la condizione della comune militanza segna un punto di arrivo, un approdo unitario tra due grandi culture del Novecento». Un fatto che non deve interessare solo analisti e studiosi, precisa il presidente Marini, perché il Pd ha innescato un percorso virtuoso anche in altre forze politiche «riducendo un eccesso di frammentazione che ha fatto del male al paese». Ne sa qualcosa Marini, che da presidente dell'assemblea di palazzo Madama, vedeva ogni giorno moltiplicarsi il numero dei gruppi politici: «Un giorno si è alzato un senatore come rappresentante degli italiani nel mondo. E io ho subito pensato al mio amico Davide che vive a Sidney. Poi un altro senatore si è alzato e ha dichiarato di rappresentare la Dc. E io che nel mio passato ho militato nella Dc pensavo a De Gasperi. Poi durante le consultazioni mi è capitato di ricevere gruppi politici composti da un solo senatore. Gli davo quattro minuti e poi li congedavo. Putroppo», incalza Marini «al Senato c'è il rischio che si ripeta la stessa situazione, magari a parti rovesciate. È per questo che dovremo fare le riforme».
Prima di tutto la legge elettorale perché con l'attuale «non c'è stabilità per poter fare azioni di governo efficaci. Noi abbiamo fatto di tutto per farla passare. Il presidente Napolitano era determinato e io ho accettato il governo finalizzato alla legge elettorale, ma non c'erano le condizioni. Noi dobbiamo rimetterci le mani».