PESCARA. Se nel Pantheon di Walter Veltroni ci sono Bob Kennedy e Barack Obama, nel giorno del lancio della campagna elettorale organizzata per succedere a se stesso Luciano D'Alfonso cita davanti a una folla di oltre mille persone stipate nella sala grande del cinema Massimo l'ex sindaco di Barcellona Pasqual Maragall, che l'11 aprile sarà a Pescara: «Dietro la sua poltrona aveva un cartello: "Qui si può fare, poi si vede come"». Questo per D'Alfonso è il senso dell'attività di un amministratore e per questo chiede di potere completare il lavoro iniziato: quella che lui chiama «la seconda fase».
«Il potere serve a fare» dice D'Alfonso che da quando è in campagna elettorale, oltre a rispondere a tutti al telefono, citofona ai cittadini dove capita.
In una platea che trabocca di candidati e di amministratori, il sottosegretario Giovanni Lolli fa lo scaramantico: «Non mi sbilancio, ma sono fiducioso perché a Pescara i risultati di cinque anni si vedono». «Adesso la città deve guardare al suo futuro come piattaforma logistica nel cuore d'Europa» auspica Pina Fasciani, candidata al Senato. Al tavolo dei relatori, sovrastato da gigantografie del sindaco uscente, è il presidente della Provincia Pino De Dominicis, capolista del Pd al Comune, a fare gli onori di casa davanti a Predrag Matvejevic, grande intellettuale, esperto di questioni mediterranee, e al sindaco di Firenze Leonardo Domenici, presidente dell'Anci. «L'altra volta gli avversari attaccarono Luciano perché non è nato a Pescara» ricorda, «ma chi lo diceva non ha capito lo spirito di questa città, che non ti chiede mai da dove vieni e ti accoglie». È la «città-regione» proiettata verso i Balcani, come recita il titolo all'incontro: «Con Pescara si va avanti, senza Pescara l'Abruzzo frena» afferma De Dominicis. Marco Alessandrini, avvocato, figlio del magistrato ucciso da Prima linea e candidato-simbolo del Pd, conia lo slogan «Pescara città cool dove è bello vivere: dobbiamo impegnarci perché diventi un modello del Pd da esportare nel Paese».
«Mi fido di te» urla una signora dal pubblico quando D'Alfonso, «impensierito dall'emozione», prende la parola: «La gente mi dice "racconta le cose fatte, non cercare lo scontro"». È lo stile Veltroni che fa scuola, ma per D'Alfonso è una vecchia abitudine: «Abbiamo dichiarato guerra solo ai problemi» dice, e già pensa a tregue e accordi con gli avversari dopo il voto, come nel 2003, quando cominciò da subito a ingrossare una maggioranza risicata addizionandovi uno dopo l'altro consiglieri d'opposizione. Il sindaco elenca: 50 chilometri di fogne, per evitare gli allagamenti «come nel giorno del funerale di Nino Sospiri», quando via del Santuario scorreva come un fiume in piena; 31 parchi, con il più alto rapporto tra metri quadrati di verde per abitante; il coinvolgimento dei privati «in una formidabile impresa collettiva», compreso il Credit Suisse, «che quand'ero bambino immaginavo fosse una marca di cioccolato o avesse a che fare con Heidi». È un discorso lungo 45 minuti in cui il sindaco ricorda la riqualificazione dell'ex Aurum, il ritorno del traghetto Tiziano, i 421 investimenti fatti, il ponte sul mare appena iniziato. «Ora abbiamo bisogno di una seconda fase soprattutto per rivoluzionare i trasporti pubblici e favorire gli spostamenti in bici, a piedi, sui pattini in una città dove ogni giorno entrano 100 mila persone», ma anche per allugare l'asse attrezzato («un braccio senza dita»), per agganciare le aree nodali della città alla circonvallazione, per sistemare le aree di risulta, ma anche per trasformare Pescara nella «città ponte verso l'Adriatico». Con l'aiuto di Matvejevic, a cui ha già chiesto di organizzare un Festival Adriatico. «Non sono mancati errori, ma ci siamo impegnati o no? Chiedo ai cittadini che a Palazzo di città si possa ricominciare a lavorare dal 15 aprile». «Nell'area del Mediterraneo molto spesso c'è una forte identità dell'essere, ma una debole identità del fare» spiega Matvejevic, «qui in 60 mesi si è andati da una identità dell'essere radicata verso una decisa identità del fare». Adesso, afferma, è necessario raccogliere la sfida di una globalizzazione che con il boom di Cina e India ha cambiato direzione da Occidente a Oriente, una sfida in cui Pescara può avere un ruolo. Domenici conclude con un riconoscimento che mette D'Alfonso di ottimo umore: «Basta sentirlo parlare per capire perché è il sindaco più popolare d'Italia: Luciano ha un rapporto d'amore con la città e con la gente che ci vive, c'è un motivo per cui tanti sindaci vengono qui. In lui c'è passione: può parlare delle piccole cose come di prospettive adriatiche, ha capacità e visione. Non ci sarà sviluppo se non ci si baserà sulle città, sulla politica concreta: qui c'è un lavoro in divenire e bisogna dargli continuità».