«Nel 2008 ci sarà una frenata Per evitarla, politica dei salari per sostenere consumi e crescita»
PESCARA Sul fronte del lavoro l'Abruzzo va in controtendenza. Segue una strada tutta sua. Diversa dal resto del Paese. Se il dato relativo al tasso di disoccupazione segue quello nazionale, attestandosi nel 2007 al 6,2 per cento, il dato nazionale è stato del 6,1 per cento, l'originalità del percorso abruzzese è nel settore che maggiormente contribuisce ai dati positivi. In tutta Italia il terziario, il settore dei servizi la fa da padrona. Da noi, invece, a fare da propulsore della crescita dell'occupazione è l'industria: le fabbriche grandi e piccole."Al punto che con il suo 32 per cento di occupati nell'industria e grazie a un incremento che tra il 2006 e il 2007 che è stato di 12 mila assunti, l'Abruzzo è oggi la regione più industrializzata d'Italia". L'economista Giuseppe Mauro, docente della Facoltà di Economia della D'Annunzio, ha studiato a fondo i dati Istat relativi alla forza lavoro. Ed in particolare gli ultimi in ordine di tempo, che propongono un raffronto tra il 2006 e il 2007.
Professore, la corsa dell'industria in Abruzzo non si è fermata. Con quali effetti sul fronte del mercato del lavoro?
«Nella nostra regione c'è un aumento dello 0,8 per cento degli occupati (la media nazionale è dell'1 per cento), pari a 4 mila unità in un anno. All'interno di questa crescita, il dato interessante, che rende unico il dato abruzzese, è che il numero degli occupati nel settore industriale cresce di 12 milia unità. E guardando a fondo tale dato si evidenzia come dei 12mila posti in più creati, 10mila sono nati nell'industria in senso stretto e solo 2mila nelle costruzioni».
Questo dato dell'industria che cresce cosa sta a significare?
«Che si è arrestato il processo deindustrializzazione che sembrava avviarsi nella regione negli anni precedenti. In particolare dall'inizio degli anni 2000. Questi risultati arrivano all'indomani di quello che, io definisco uno choc strutturale. Mi riferisco ai grandi cambiamenti che hanno coinvolto l'economia nazionale internazionale. Parliamo dei processi che hanno fortemente innalzato la concorrenza tra i Paesi produttori, che hanno fatto nascere nuove piattaforme manifatturiere e hanno ridisegnato la catena della produzione».
Proprio a partire dal 2000 si era fatta strada l'idea di una regione che stava scivolando di nuovo verso il Sud.
«Sì, proprio quei cambiamenti internazionali avevano spinto l'Abruzzo a fare passi indietro al confronto delle altre regioni europee per quanto riguarda il Pil pro capite».
La ripresa abruzzese è comunque in linea con un andamento nazionale. Come lo spiega?
«E' apparsa di recente un'indagine dell'Unioncamere che evidenzia come le quatto province abruzzesi siano fortemente influenzate dal ciclo della congiuntura. La provincia di Teramo viene inserita tra quelle ad "alto impatto" e le altre immediatamente sotto. Quindi il fatto che ci sia stata prima una forte ripresa delle esportazioni, cresciute ell'11,8 per cento, e poi dell'occupazione, sia pure in linea con la media nazionale, conferma la tesi che l'Abruzzo è una regione che si muove all'interno di una prospettiva di ripresa economica. E che, nonostante le differenze territoriali, il sistema produttivo di questa regione può continuare a mantenere un ruolo significativo all'interno dell'economia nazionale».
Lei come si spiega questa corsa dell'industria abruzzese?
«Credo che sia da imputare, essenzialmente, a due elementi. Il primo, le grandi imprese rappresentano una sorta dei zoccolo duro nei confronti della congiuntura economica. Il secondo, accanto alle grandi imprese, abbiamo una presenza di media impresa di eccellenza che sembrano rivelarsi il segmento più dinamico dell'economia abruzzese. Sono imprese che fanno leva su una strategia di nicchia e di qualità. Che hanno avviato un forte processo di ristrutturazione e quindi esprimono un contenuto ad alto valore aggiunto della produzione».
Un settore che può crescere ancora, a quali condizioni?
«Penso che valorizzare e rafforzare questa evoluzione sia un fatto estremamente importante per la nostra regione. Potrebbe rappresentare il passaggio da una sorta di capitalismo molecolare a quello di un'impresa medio dimensionata».
Il lavoro precario che ruolo gioca in Abruzzo?
«La crescita occupazionale che si è verificata in questo biennio, in questa fase di ristrutturazione, è da attribuire in larga parte al lavoro precario».
Questo ricorso massiccio al lavoro precario che effetti produce?
«La flessibilità, che doveva facilitare le condizioni d'ingresso nel mercato del lavoro sta diventando sempre più un fenomeno strutturale, rischia di far restare soprattutto i giovani nel lavoro atipico e sub protetto. E con un salario medio che trova il suo equilibrio nelle fasce più basse di remunerazione. Deprimendo i consumi. Ma l'aspetto più negativo di questo percorso non più contingente è che abbassa la produttività del lavoro, condizione essenziale per la crescita economica. Per cui si assiste a una sorta di paradosso, da un lato si invoca, giustamente, l'innalzamento della formazione del capitale umano e dall'altro, invece, viene destinata meno cura e attenzione al fenomeno della conoscenza».
Una previsione, che cosa ci riserverà l'anno che stiamo vivendo?
«Il 2008 potrebbe assumere connotati negativi per l'economia nazionale (0,3-0,7 di Pil) e, siccome l'economia regionale fortemente integrata a questa evoluzione della congiuntura, si potrebbe assistere a un processo di stagnazione».
Destino inevitabile o si può fare qualcosa?
«L'attività anticiclica diventa essenziale. Una delle prime manovre è quella classica. Immettere liquidità nel sistema economico. Soprattutto per sostenere i consumi e l'attività d'investimento dell'impresa».
Dal punto di vista, come dire, dell'approccio come si dovrà affrontare a livello regionale questa fase?
«Diventa importante che si manifestino due fermenti culturali. Una maggiore tensione ideale sui problemi della modernizzazione della regione. Liberandola dai corporativismi, dalle difese preconcette e ideologiche e dalla frammentazione, per passare a una governance del territorio. E il secondo fermento culturale consiste nell'esigenza di passare dalla protesta alla proposta. In quanto i problemi sono noti, ed occorre un forte spirito di coesione condivisione».