Ribaltato il risultato delle politiche in città Masci al 10 per cento
PESCARA. Il miracolo lo ha fatto ancora lui, riconquistando la storica roccaforte del centrodestra, come fece alle amministrative del 2003. Luciano D'Alfonso vince, con brivido, la sfida per il sindaco, lottando sino alla fine, sezione per sezione, prima di strappare quel 50 per cento più uno dei consensi che gli regala il successo al primo turno; si riprende le chiavi della città e sbaraglia la concorrenza degli altri dieci candidati a sindaco.
Lo fa ribaltando il voto delle politiche (ed è questa l'impresa più grande) facendo a meno dell'apporto dei partiti della sinistra, della potente lista Teodoro, dell'ex Udeur di Licio Di Biase, confluito in un'altra civica. Vincono il Pd e l'Italia dei Valori, che hanno sostenuto D'Alfonso assieme alle due liste civiche di appoggio: Pescara città ponte e Insieme per Pescara. Ma vince soprattutto lui, "big Luciano", come lo chiamano ormai i fedelissimi, anche se fino all'ultimo seggio il suo 49,9 per cento ha fatto temere il possibile ballottaggio, lasciando sospeso in gola l'urlo della vittoria al popolo del Pd. Il quorum è stato raggiunto per circa 800 voti. Un carisma personale che supera di gran lunga la somma dei voti dei due ex grandi partiti confluiti nel Pd (Ds e Margherita) e che ricorda molto da vicino quello del Cavaliere, l'uomo di Arcore, protagonista del suo terzo miracolo in campo nazionale. Il concorrente vero di D'Alfonso era Luigi Albore Mascia, candidato del Popolo della libertà e della lista Alleanza e Forza per Pescara, che non è andato al di là di un modesto 26,7 per cento, nonostante il buon risultato conquistato in alcune sezioni chiave del centro. Terzo incomodo Carlo Masci, lo sfidante del 2003, sostenuto da Udc e Pescara Futura. Ottimo il suo risultato, vicino al 10 per cento, che ha però finito col portare acqua al mulino di D'Alfonso, sottraendo consensi al centrodestra e consumando così la piccola vendetta locale del partito di Pier Ferdinando Casini contro il Pdl di Berlusconi. Gli altri: Benigno D'Orazio (La Destra), Massimo Pietrangeli (Democrazia cristiana), Silvestro Profico (La Sinistra-Arcobaleno), Lorenzo Valloreja (Sfi Innovazione per Pescara), Stefano Murgo (Amici di Beppe Grillo), Silvano Console (La Nave di Cascella), mordono il freno e qualcuno si mangia anche le mani. Ad iniziare da chi aveva giocato la partita con l'obiettivo dichiarato di spingere D'Alfonso al ballottaggio per poi comandare la partita al secondo turno con il proprio pacchetto di voti, piccolo o grande che fosse. Un discorso che vale soprattutto per la Lista Teodoro, che conferma comunque il suo peso attestandosi attorno al 6 per cento, come un partito di medie dimensioni. Conferma la debacle del voto nazionale la Sinistra-Arcobaleno di Maurizio Acerbo e Gianni Melilla, che non va oltre il 3 per cento. Affonda la lista dei Cattolici e Democratici per Pescara di Licio di Biase, che raccoglie un risultato decisamente al di sotto delle aspettative azzerando il patrimonio che dieci anni fa la portò in a Palazzo di città con due consiglieri comunali e un assessore. Fatale, per Di Biase, il passaggio dall'Udc all'Udeur di Mastella, anche se la porta dell'Unione di Centro è sempre aperta. Partiti minori e liste civiche in qualche modo penalizzati dalla scelta bipolare dell'elettorato, che riflette sostanzialmente l'andamento del voto nazionale. Il resto della concorrenza raccoglie solo la «visibilità» che può darti da candidato a sindaco una competizione elettorale in una città che conta 105.000 elettori.
Anche per D'Alfonso è stata comunque tutta un'altra partita rispetto alle comunali del 2003, quando il candidato sindaco del centrosinistra si presentò agli elettori sostenuto da ben nove liste, che diventarono addirittura tredici al secondo turno. Per la sua vasta coalizione, nonostante la storica vittoria a Pescara, si presentò il problema della governabilità in consiglio, dove centrodestra e centrosinistra si divisero i seggi 20 a 20, determinando la cosiddetta «anatra zoppa».