Il ragionamento di Tremonti fa capire che il futuro esecutivo non avrà intenzione di sfiancarsi in battaglie simili a quella sull'articolo 18, anzi «avremo un atteggiamento estremamente ragionevole ». Certo colpisce che all'indomani dell'affondo di Montezemolo contro i sindacati, il centrodestra tenda la mano alle organizzazioni del lavoro, e le difenda come a evitare il rischio di una loro delegittimazione. Dietro i segnali distensivi, si cela in realtà una precisa strategia, lo si intuisce quando il ministro dell'Economia in pectore spiega che «proporremo la defiscalizzazione degli straordinari e dei contratti di secondo livello, così come prevede il nostro programma »: «Se poi ci dicessero di no, allora vorrebbe dire che qualcosa nel sindacato non va». Ecco il punto: il Cavaliere si appresta a usare l'arma del dialogo sulle riforme, caricando sui suoi interlocutori la responsabilità di accettare o rifiutare la proposta, sapendo che stavolta non sarà lui a correre il pericolo di venir delegittimato dal Paese. Il pericolo lo correrebbero i sindacati. Perché nel Paese - come sostiene Tremonti - «il clima è diverso»: «Fino a ieri la sinistra era considerata permanente e noi provvisori. Ora è il contrario. Si è compiuta una rivoluzione culturale copernicana».
Se nel '94 Berlusconi cadde anche per mano di uno sciopero generale sulle pensioni, «se allora - come racconta il vicepresidente di Forza Italia - eravamo fuori da tutto, oggi anche l'establishment internazionale ha un approccio completamente diverso verso di noi». Il Cavaliere vuole sfruttare il «cambio di clima ». La fine delle ostilità nei suoi confronti sembra per esempio preludere a un proficuo rapporto con «la nuova Confindustria», come la definisce Tremonti: «Sono certo che lavoreremo bene, perché non sarà un partito politico». La svolta berlusconiana è la logica conseguenza della svolta dettata una settimana fa dalle urne. È un sentimento che attraversa tutto il centrodestra. È in sintonia con «l'appello» che Confalonieri aveva lanciato dopo la vittoria elettorale del Pdl, l'idea cioè che oggi al Paese servano «riforme senza scontri». E non può essere solo una coincidenza che il presidente di Mediaset abbia inserito nel pacchetto anche la riforma dei contratti, dicendo che «i sindacati, è vero, sono diventati asfissianti, ma non si potrà agire contro di loro». Il motivo è evidente, lo sottolinea il leghista Calderoli, che per primo ha criticato l'offensiva di Montezemolo: «A parte il fatto che anche Confindustria, oltre i sindacati, dovrebbe recitare il mea culpa, non vedo perché in questa fase si debbano radicalizzare i toni. Di questo passo il prossimo governo si troverebbe a gestire una situazione molto esasperata e magari un'ondata di scioperi... Eh no». L'obiettivo del centrodestra è un altro: marcare le responsabilità delle parti sociali - come ha fatto ieri Maroni ricordando «l'ostilità dei sindacati verso la legge Biagi» - e proporre al contempo «un nuovo tavolo di trattative sulle riforme». Il muro contro muro per Berlusconi non avrebbe senso, non pagherebbe: c'è il consenso dell'opinione pubblica, c'è una netta maggioranza in Parlamento, dunque «si può fare», o almeno si può tentare di cambiare il Paese senza mettersi in conflitto con il Paese. Piuttosto verrà messo alla prova il sindacato.
Nel Pdl si interrogano sull'atteggiamento che terrà Epifani: è vero che difficilmente potrà stare sulle barricate a lungo, perché - ad avviso degli analisti berlusconiani - «farebbe la fine della sinistra radicale». Tuttavia, proprio l'assenza della Sinistra Arcobaleno in Parlamento potrebbe creare gravi problemi al segretario della Cgil. Nel frattempo i rapporti del Pdl con la Cisl si fanno sempre più stretti. Un mese fa, alla commemorazione di Marco Biagi, l'ex sottosegretario forzista Sacconi incontrò Bonanni, e giocando sul nome del paese di origine del sindacalista, lo salutò così: «Dopo che vinceremo le elezioni torneremo a... Bomba». Il Berlusconi del 2008 vuol essere diverso da quello del 2001. Dovrà esserlo, perché - come rammenta spesso Fini - «Facemmo un grave errore quando sottoscrivemmo il Patto per l'Italia con i sindacati e poi non lo onorammo». Era il 2002. Nel 2006 vinse l'Unione.