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Pescara, 25/02/2021
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Data: 23/04/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Gran Sasso, un disastro annunciato la lotta eterna fra il traforo e l'acqua

PESCARA «Vorrei guardare negli occhi quelli che ci ridicolizzavano negli anni '70, evocando i grandi benefici di una montagna drenata...». Ora che la grande questione del Traforo del Gran Sasso è diventata un caso nazionale, dopo l'avvio dell'inchesta sulla contaminazione delle falde idriche e la decisione di Strada dei Parchi (concessionaria della A24) di chiudere il tunnel in entrambe le direzioni a partire dal 19 maggio, è Giovanni Damiani a raccontare la storia di quel buco scavato nel cuore dell'Abruzzo. Non un personaggio qualsiasi. Tra i fondatori dei Verdi in campo nazionale, assieme ad Edvige Ricci; già direttore dell'Agenzia nazionale per l'ambiente (Anpa); ex assessore regionale ed ex tecnico dell'Arta (l'Agenzia per la tutela ambientale), Damiani è uno che ha trascorso la vita ad occuparsi di certe cose.
Una storia che parte da molto lontano: «Facciamo il punto di verità. Alla fine degli anni '60 partirono i lavori. Io ero tra coloro che li avversavano duramente: dentro la montagna carsica si prefigurava un disastro idrogeologico, secondo quanto ci dicevano amici geologi non allineati». Già, il timore degli ambientalisti della prima ora, in tempi più recenti manifestatosi con l'inquinamento dell'acqua: 700.000 persone a rischio e conseguente indagine della magistratura teramana. «E quello avvenne - continua Damiani -. Il tunnel incontrò immensi giacimenti di acqua che fuoriuscì a pressioni pazzesche, sputando fuori macchinari e inondando Assergi».
Il traforo a doppia canna più grande d'Europa, con i suoi 10 chilometri, fece anche 13 vittime (di cui 11 sul lavoro). «La montagna si svuotò per mesi, poi trovò un nuovo equilibrio con l'acqua che continuava uscire copiosamente ma senza la pressione iniziale».
LA SCELTA SBAGLIATA
E qui si arriva al punto: per resistere, i due tunnel dovevano essere realizzati con una efficace protezione in cemento, o stagna: «Ma costava troppo - ricorda Damiani - e si decise il mantenimento di un sistema di drenaggio. Per chiuderci la bocca ci dicevano che l'acqua drenata dalle gallerie sarebbe stata una benedizione per gli acquedotti dell'Aquila e di Teramo. Dai previsti 80 miliardi, l'opera costò alla fine 1.500 miliardi: il più grande scempio idro-ambientale d'Abruzzo dopo il prosciugamento del Fucino». Ecco perché, sempre a detta di Damiani, quella che si scopre oggi è solo l'acqua calda: «Il drenaggio che alimenta gli acquedotti è sotto il manto stradale, esposto a inquinamento e a sversamenti incidentali. Il rischio - continua Damiani - è per oltre il 90% (forse il 95%) associato ai tunnel con drenaggio lineare lungo la loro estensione e solo in minima parte ai laboratori di Fisica nucleare che si trovano all'interno».
Anche la concessionaria della A24, dopo la decisione di chiudere in via precauzionale il tunnel a tempo indeterminato, è in qualche modo assolta dall'ex esperto dell'Arta: «Cos'altro poteva fare la società? La chiusura a questo punto era inevitabile, Anzi, tardiva».
LE SOLUZIONI
Secondo Damiani le soluzioni per uscire dalla crisi sono oggi soltanto tre: 1) Chiudere gli acquedotti; 2) chiudere al traffico l'autostrada, con la possibilità di accesso ai laboratori attraverso l'utilizzo di auto elettriche; 3) incamiciare i due tunnel in maniera ermetica, stagna (progetto dai costi esorbitanti). Tutto mentre da parte del governo è ormai sempre più probabile la nomina di un commissario per gestire l'emergenza e scongiurare la chiusura della doppia galleria che dovrebbe scattare fra tre settimane.

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