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Pescara, 28/02/2021
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Data: 18/04/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Tria: senza alternative l'Iva dovrà aumentare Lega e M5S dicono no. Maggioranza ai ferri corti. Conte irritato con Salvini

ROMA L'aumento dell'Iva scatterà regolarmente dal 1 gennaio 2020. A meno che non si riescano a trovare i 23 miliardi necessari per congelare le clausole di salvaguardia che l'Italia ha messo come garanzia con l'Europa, in caso di mancato conseguimento degli obiettivi di bilancio. Giovanni Tria conferma che la spada di Damocle fiscale pende tutt'ora sulla testa dei consumatori italiani mettendo una seria ipoteca sulla composizione della prossima manovra di Bilancio. «La legislazione vigente ha spiegato ieri con chiarezza il ministro dell'Economia in audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato a Palazzo Madama è confermata in attesa di definire nei prossimi mesi misure alternative e lo scenario tendenziale incorpora i rialzi dell'Iva e delle accise». Parole che hanno infiammato il dibattito politico animando l'opposizione e creando imbarazzo nel governo. Tanto che a stretto giro i due vicepremier hanno cercato di spegnere l'incendio. «Con questo governo ha avvertito il leader 5 Stelle, Luigi Di Maio, - non ci sarà alcun aumento dell'Iva, deve essere chiaro. L'obiettivo è ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese, serve la volontà politica, noi ce l'abbiamo e mi auguro che l'abbiano anche gli altri». Concetti simili anche da Matteo Salvini. «L'Iva non aumenterà, punto» ha garantito il leader della Lega sottolineando che «il ministro dell'Economia, da sempre, deve avere nella prudenza la sua dote migliore, noi stimoleremo un po' di coraggio per abbassare le tasse e non per aumentarle come hanno fatto gli altri governi». Proprio sulle tasse, ed in particolare sul dossier Flat tax, si è concentrato un altro passaggio importante dell'intervento di Tria. «Circolano stime fatte un anno fa ha avvertito il ministro su possibili modifiche delle aliquote Irpef ma è ovvio che al Mef le stime sulle possibili misure sono fatte in continuità». Di certo ha proseguito il titolare del dicastero di Via XX Settembre, «è legittimo che nel Paese si discuta di possibili riforme ma poi le decisioni saranno frutto del dibattito politico». Con una avvertenza, però. «Tutto quello che faremo ha ammonito Tria dovrà rispettare le compatibilità con la politica di bilancio». La necessità di garantire la salute dei conti pubblici, peraltro, è stato il filo conduttore dei ragionamenti del ministro, il cui lavoro è reso più difficile dalle peggiorate prospettive di crescita del Paese, con tanto di revisione al ribasso delle stime di crescita passate nel 2019 a 0,2% dal precedente 1%.
LE STIME
«Si tratta di una stima equilibrata e coerente» ha detto Tria, osservando che «il governo non ha peccato di ottimismo e che la revisione è ampiamente coerente con la situazione generale, dove pesano diverse variabili esogene». Ad ogni modo, il ministro ha confermato che l'Italia sta conoscendo «un forte rallentamento dell'economia», ma che l'Italia «non è in recessione». Quanto al peso del debito pubblico, a quota 132,8% del Pil secondo le ultime stime, Tria ha riconosciuto che «si tratta di un problema da affrontare in modo serio» ma che «con il Def il debito è pienamente sostenibile a la finanza pubblica italiana non rappresenta un rischio per nessun paese in Europa e nel mondo». A proposito del Def, il ministro ha difeso l'impianto del documento, spiegando che «gli obiettivi programmatici risultano sostanzialmente in linea con quanto previsto dalle regole europee e nazionali, sebbene puntino a miglioramenti del saldo strutturale più contenuti date le condizioni ancora difficili della nostra economia e il recente peggioramento congiunturale». Il ministro dell'Economia ha voluto chiarire, ancora una volta, che la riduzione del debito non verrà fatta attraverso la vendita dei «gioielli di famiglia», che resteranno saldamente nelle mani dello Stato. «Valutiamo di mettere sul mercato parti di quanto detenuto dallo Stato senza mettere in discussione il controllo delle partecipate del settore pubblico» ha scandito Tria. Quanto agli attesi decreti crescita e sblocca cantieri, Tria ha specificato che «i due provvedimenti sono in fase di approvazione». Lo sblocca cantieri tornerà oggi in consiglio dei ministri, il decreto crescita dopo Pasqua.

Maggioranza ai ferri corti. Conte irritato con Salvini

ROMA Impantanata, incapace di produrre nei tempi i decreti promessi e di tenere un vertice a palazzo Chigi sulla giustizia. La maggioranza M5S e Lega semplicemente non c'è più.
L'UNICO
Morte presunta in attesa del 26 maggio, anche se arrivare a quella data è missione complicatissima per Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ci prova. Ieri con Strategia Italia e la centrale unica di progettazione. Oggi con il consiglio dei ministri a Reggio Calabria che dovrebbe sbloccare il decreto cantieri fermo da un mese, mentre per dopo Pasqua è atteso il decreto crescita. Tutto a rilento, tranne la campagna elettorale che ovviamente non prevede annunci di aumenti di nuove tasse.
E così, quando il ministro dell'Economia Giovani Tria ripete più o meno ciò che è contenuto nel Def - ovvero che l'aumento dell'Iva è confermato in attesa si trovino strade alternative - è immediata la reazione di M5S e Lega. Più duri i primi («se la pensa così si iscriva al Pd»), più soft i secondi che dicono no, ma alla fine non escludono del tutto l'aumento dell'Iva se servirà per finanziare la flat tax anche a costo - sostengono i leghisti - di non rispettare del tutto la promessa sul debito. Più che uno scontro è ormai una sfida tra il titolare del Mef e i due vicepremier. Una tenzone destinata oggi ad arrivare in Parlamento quando M5S e Lega voteranno una risoluzione al Def nella quale si chiede di bloccare l'aumento dell'Iva pur nel «rispetto dei saldi» e verrà ribadito l'impegno sulla flat tax.
Suggerimenti light, ma precisi che danno anche sostanza alle candidature alle Europee di molti no-euro nelle file della Lega. Tutto ciò non sposta la sostanza dei problemi dei conti pubblici e rimanda lo scontro a dopo le elezioni quando sarà difficile uscire dalle raccomandazioni che ai primi di giugno arriveranno da Bruxelles. La scommessa del governo su una ripresa dell'economia italiana nel secondo semestre è contraddetta da tutti gli istituti di ricerca, ma è l'unico collante che permette alla maggioranza di restare unita. Sul resto si naviga invece a vista con una sempre maggiore insofferenza dello stesso premier Conte nei confronti del vicepremier leghista che si aggiunge a quella del vicepremier grillino per l'alleato. Più che «dissidi tecnici», come sostiene ufficialmente Conte, si tratta di un continuo ostacolarsi l'un l'altro. Ieri Salvini ha disertato il previsto vertice sulla giustizia con il ministro Bonafede ed è stato ripagato con lo stop che ha subito il ministro Centinaio su un pacchetto di misure legate al turismo che sarebbero dovute finire nel Consiglio dei ministri di oggi. Tensioni che si scatenano ormai su ogni dichiarazione e provvedimento, come dimostra la circolare di Salvini sui prefetti o quella del giorno prima sull'uso delle forze armate, che hanno fatto irritare i grillini.
Impantanato da settimane è il decreto crescita ormai diventato una sorta di decreto omnibus che dovrebbe contenere - oltre alle misure per la ripresa - anche le modalità di rimborso dei truffati, la norma che rivede i debiti di Roma e l'ennesima soluzione per Alitalia. Conte ieri ha cercato di riportare un po' di armonia tra i due vicepremier organizzando un pranzo lontano da palazzo Chigi che è però terminato con le consuete e poco credibili promesse sulla durata dell'esecutivo e della maggioranza.

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