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Pescara, 15/04/2021
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Data: 12/07/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Stop all'autonomia: su «gabbie salariali» e fondi salta il tavolo. Intervista al Ministro Barbara Lezzi «La Lega si è rimangiata le promesse per il Sud»

ROMA Doveva essere la giornata dell'accordo sull'autonomia. Quella «decisiva», come auspicato dalla Lega. Ma alla fine il tavolo di Palazzo Chigi si conclude con una rottura. Rumorosa. E con uno scontro tra Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio sulle «gabbie salariali» da introdurre. «Il M5S aiuta tutti i lavoratori con il salario minimo, ma non crea disparità», è stata la risposta tagliente del leader pentastellato alla proposta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio piombata all'improvviso durante la discussione. Meno di un'ora e suona il gong. Riunione sciolta, ufficialmente per andare a votare in Senato la riforma che riduce i parlamentari. Per tutta la giornata, però, il fronte dell'autonomia è rimasto rovente. Uno dei tanti dossier di scontro tra alleati (dalla Russia al decreto sicurezza bis) tanto da far pronunciare a fine serata a Salvini «un vedremo» a chi gli domandava se si possa andare avanti così con il M5S.
L'incontro sull'autonomia, prima scheggia impazzita della giornata, è finita male, appunto. Con un reciproco scambio di accuse tra i gialloverdi, con il premier Giuseppe Conte in campo nel tentativo di gettare acqua sul fuoco tra gli alleati, cadendo però anche lui nel mirino del Carroccio. Solita accusa: non è super partes.
Il vertice, raccontano i presenti, è partito subito con il piede sbagliato, con la delegazione leghista, a partire da Matteo Salvini, «nervosa», raccontano fonti grilline. La prima frizione c'è stata subito con il leader del Carroccio che ha introdotto lo stop al fondo di perequazione motivandolo così: «Secondo me è giusto che le regioni virtuose abbiano l'opportunità di fare le cose». Poi però tutta la discussione è finita su un binario morto.
Presenti all'incontro: Conte, i due vice, i ministri Erika Stefani, Barbara Lezzi, Alberto Bonisoli, Giulia Grillo, Riccardo Fraccaro e Marco Bussetti, i viceministri all'Economia Laura Castelli e Massimo Garavaglia, il sottosegretario Stefano Buffagni. Assente, ancora una volta il titolare del Mef Giovanni Tria.
I TEMI
La scuola per ora rimane il vero scoglio. «Non possiamo permettere che ci siano stipendi più alti per chi insegna al Nord a discapito di quelli del Sud», tuona Di Maio. Che in serata, davanti alla miriade di dichiarazioni della Lega, si sfoga con i suoi collaboratori mandando una frecciata a Salvini: «Ci attaccano sull'autonomia per coprire il caso dei finanziamenti dalla Russia». Ma è al tavolo che si registrano scintille. Conte interviene a mediare, ma nella convinzione che la scuola sia un «pilastro nazionale» e quindi che anche sugli stipendi si possa andare incontro a «sensibilità locali» ma non oltre. E invece Erika Stefani chiede di dare a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna la possibilità di pagare di più un insegnante di Milano, dove la vita è più cara. Salvini sbotta: «Qualcuno qui vuole sabotare l'Autonomia? Se è così ci regoliamo di conseguenza». Ancora Conte è costretto a prendere la parola: «Su alcuni paletti - dice il premier - non transigo. Non si possono dare tutte le competenze alle Regioni e privarne lo Stato. Io sono garante della Costituzione». Lo scontro appunto è frontale e si procede in ordine sparso. Tutti contro tutti. Anche i tecnici presenti all'incontro litigano tra di loro. La Lega accusa M5S di voler «andare indietro» e «condannare il Sud all'arretratezza». Salvini attacca anche via web: il M5S vuol frenare «come il Pd». Giulia Bongiorno parla di «passo del gambero che fa male».
LE REAZIONI
La fumata nera da Palazzo Chigi raggiunge Luca Zaia e Attilio Fontana. I governatori di Veneto e Lombardia, entrambi leghisti doc, non nascondono rabbia e delusione. Anzi, reputano lo stop «offensivo». Da Bologna invece Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna, attacca: «Siamo a un balletto irresponsabile, prendano la nostra proposta: è la più equilibrata». Nicola Zingaretti ci va giù pesante: «L'Italia deve migliorare, non può essere distrutta. Emergono - dice il segretario del Pd - tutte le contraddizioni di una maggioranza senza visione». In serata il leader della Lega abbassa i toni: «Troveremo una soluzione, alla prossima riunione invitiamo i governatori».

Nodo risorse, la destinazione del gettito extra
Uno dei principali nodi irrisolti delle intese resta quello delle risorse. Veneto e Lomardia chiedono che venga trasferita una fetta di Irpef o di Iva per finanziare le funzioni che dovranno esercitare al posto dello Stato. La domanda irrisolta è a chi debba essere assegnato il gettito extra che matura da un anno all'altro con l'eventuale miglioramento dell'economia. Veneto e Lombardia vogliono che l'extragettito rimanga in regione. I Cinque Stelle che alimenti un fondo perequativo per finanziare i servizi nelle regioni con minori risorse.

Prof dipendenti delle Regioni, scontro totale
Nemmeno il nodo infrastrutture è stato ancora risolto. Veneto e Lombardia chiedono che la titolarità di tutte le strade e le ferrovie presenti sui loro territori passi sotto il controllo della regione. Comprese le grandi arterie e i corridoi europei. Il ministero delle infrastrutture, guidato da Danilo Toninelli, è disposto a concedere solo le strade interne, quelle che nascono e muoiono in Veneto e Lombardia. Duro stop anche alla proprietà di porti e aeroporti per i quali le uniche aperture riguardano i masterplan.

Strade e ferrovie braccio di ferro sulle concessioni
Nemmeno il nodo infrastrutture è stato ancora risolto. Veneto e Lombardia chiedono che la titolarità di tutte le strade e le ferrovie presenti sui loro territori passi sotto il controllo della regione. Comprese le grandi arterie e icorridoi europei. Il ministero delle infrastrutture, guidato da DaniloToninelli, è disposto a concedere solo le strade interne, quelle che nascono e muoiono in Veneto e Lombardia. Duro stop anche alla proprietà di porti e aeroporti per i quali le uniche aperture riguardano i masterplan.

Intervista al Ministro Barbara Lezzi «La Lega si è rimangiata le promesse per il Sud»

«Non ho alcun interesse a ragionare se la Lega sia ancora Lega Nord o meno: a me interessa che siano rispettati i diritti dei cittadini del Sud e di tutte le altre regioni d'Italia».
Ministro per il Sud Barbara Lezzi a cosa si riferisce? Di fatto sull'Autonomia le distanze diventano di nuovo incolmabili tra voi M5S e la Lega?
«Se vogliono dividere l'Italia, reintrodurre le gabbie salariali, superate ormai da 50 anni, certamente. Questo tipo di Autonomia la voteranno, forse, solo i parlamentari di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Non certo gli altri rappresentati del territorio, voglio sperare».
Qual è il problema di fondo?
«Avevamo trovato un accordo sul fondo di perequazione durante l'ultima riunione tecnica a Palazzo Chigi. Poi, visto che Zaia e Fontana sono contrari, oggi (ieri-ndr) con una giravolta e si è detto che non andava più bene. Eppure anche il viceministro dell'Economia Massimo Garavaglia aveva detto di sì. Tra le altre cose, parliamo di un fondo previsto in Costituzione, a fronte della cessione di materie alle Regioni».
Come si spiega questa retromarcia?
«Non me lo spiego. Posso solo immaginare che Salvini si senta tirato per la giacchetta. Lo ripeto: dovevamo solo stabilire il tetto di surplus fiscale da ridistribuire. Tutti erano d'accordo: da Salvini a Giorgetti, passando per gli altri ministri del Carroccio. Ora si stanno rimangiando la parola data, dicendo che l'introduzione del fondo perequativo era una notizia uscita solo sui giornali. Io alle riunioni c'ero, l'ho sentito».
L'attrito c'è stato però anche sulla questione della scuola.
«Certo, mentre stavamo discutendo di questo, si è verificato un altro cortocircuito».
Ovvero?
«Come si può pensare di concedere, attraverso un meccanismo fiscale, trasferimenti più generosi per le regioni che aderiscono all'Autonomia?».
Ma allora come si supera la richiesta di regionalizzare l'istruzione?
«Se è come la intende la Lega non si supera. Pensare di introdurre stipendi più alti per gli insegnati e maggiore offerta formativa solo per un pezzo d'Italia non può andar bene. E noi come M5S non l'accetteremo mai. Non voglio essere retorica».
Ma?
«Ma nessun bambino sceglie di nascere in una regione invece che altrove. Il diritto dei bambini di formarsi deve essere garantito per tutti, al di là della posizione geografica. In una nazione deve funzionare così».
La Lega propone le gabbie salariali e il M5S come risponde?
«Questa proposta, avanzata da Giorgetti, è sconcertante. Stiamo parlando di un fatto superato 50 anni fa. Stiamo parlando di una lotta di civiltà. Poi in questo caso si tratterebbe di gabbie dorate, con vantaggi solo per gli insegnanti e i dipendenti della scuola, non per il resto degli altri dipendenti pubblici. Ma al di là di questo non torneremo indietro».
Il Carroccio si appella al contratto di governo che sull'Autonomia parla chiaro: voi grillini non rischiate di forzare troppo la mano?
«Che l'Autonomia sia un diritto lo riconosciamo e lo abbiamo detto in tutte le salse. Anche qui: quando si rivendica il contratto di governo è giusto, ma non bisogna dimenticare un altro punto di quell'intesa».
Ovvero?
«Di Maio e Salvini sottoscrissero che volevano ridurre il divario Nord-Sud. Noi come M5S stiamo facendo proprio questo, noi».
E la Lega perché allora tira nel verso opposto? Quale idea si è fatta?
«Di sicuro si sta muovendo male. Questo sì che è un autogol: il Carroccio si presenta come forza nazionale, come difensore dei diritti del Meridione, chiede i voti in quei territori e poi nel concreto fa una battaglia solo per due regioni. Mi sfugge il disegno politico. Il problema di fondo rimane sempre lo stesso».
Il fondo di perequazione.
«Già, ma se tu non metti mano al gap, cristalizzi una situazione inaccettabile. Per noi si deve fare l'Autonomia, ma senza ledere i diritti di nessuno. Tutto qui».
A quando vi siete aggiornati?
«Al momento non c'è una data. Credo che prima la Lega debba fare chiarezza al proprio interno. Noi, quando cambiano idea, siamo pronti».

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