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Pescara, 20/01/2020
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Data: 22/10/2010
Settore:
Cgil Abruzzo
CGIL ABRUZZO: «E' CRISI STRUTTURALE». ALLARME NEI TRASPORTI, 500 POSTI A RISCHIO - Di Cesare: «La crisi non è più congiunturale, siamo in piena depressione e Chiodi non se ne accorge» - Rassegna stampa - Speciale multimedia - Tvsei

«Non è una crisi congiunturale e non è vero, come afferma la Regione, che ci sarà un riavvio. Siamo di fronte ad una crisi strutturale che va avanti dal 2003 come confermano i dati sul prodotto interno lordo». Con queste affermazioni, la Cgil Abruzzo guidata da Gianni Di Cesare (nella foto), snocciolando cifre ufficiali, lancia un vero e proprio allarme sulla situazione della regione che solo nei primi sei mesi del 2010 ha già perso 5000 posti di lavoro.

RIPRECIPITATI NEL SUD - Negli ultimi sette anni il PIL della nostra regione ha fatto registrare un segno positivo solo nel 2005 (+2%) e nel 2006 (+2,5%) «Tra il 2003 e il 2009, il Pil è stato di segno negativo per 5 - afferma Di Cesare. Siamo in una depressione economica, siamo riprecipitati nel Sud» Drammatiche le cifre sull'occupazione «Tra il 2009 e il 2010 abbiamo perso 30mila occupati, di cui 5mila nei soli primi mesi del 2010 - precisa Di Cesare - a settembre le ore di cassa integrazione sono aumentate anche rispetto al 2009, con un'impennata della cassa in deroga e di quella straordinaria» Infatti le ore di cassa integrazione straordinaria sono passate dai 4 milioni del 2009 agli 11 milioni del 2010, mentre quelle per la CIG in deroga sono passate da 2 a 5 milioni e rappresentano, come è noto, il presupposto per il licenziamento.

CRISI STRUTTURALE E NON CONGIUNTURALE - «La Regione continua a trincerarsi dietro l'idea che nel 2010 si è riavviato il processo di sviluppo. Non è così - attacca Di Cesare - non siamo in presenza di una macchina a cui va cambiata la batteria esaurita: la macchina si è rotta». La Regione rispetto alla crisi, è assente e non solo per la mancanza di iniziative ma anche nella fase di confronto con i portatori di interesse e con le parti sociali. «La discussione con la Regione sul Dpefr è iniziata il 13 ottobre - spiega Di Cesare - i documenti, illustrati dai dirigenti perchè la Giunta era assente, presentano la crisi abruzzese come una crisi congiunturale, che qui avrebbe avuto ripercussioni maggiori solo perchè c'è stato il terremoto». In realtà i dati sono drammatici. La Cgil fa notare che le entrate previste sono pari a due miliardi e 700 milio di euro ed andranno a coprire solo alcune voci cioè sanità (2,4 miliardi - 87%), personale, interessi passivi, trasporti ed enti strumentali. «Tutto il resto è fuori e in queste condizioni - afferma Di Cesare - la Regione Abruzzo non può fare nulla ed è destinata a scomparire». Nel documento, in realtà, non ci sono indirizzi sui processi chiave dell'Abruzzo: la ricostruzione e il rientro sanitario, affidati a una gestione commissariale.

TRASPORTO PUBBLICO LOCALE, 500 POSTI A RISCHIO - I tagli nel settore imposti dalla manovra economica del Governo, confermati dal recente varo della Legge di stabilità, ammontano a circa 60 milioni di euro. «Con un taglio di quasi 60milioni di euro e con i restanti e previsti 85milioni di euro, significa che nei trasporti perderemo 500 posti di lavoro» avverte il Segretario Generale della Cgil.

APRIRE LA VERTENZA ABRUZZO CON IL GOVERNO NAZIONALE - «Il presidente Chiodi deve svolgere un ruolo politico, non tecnico» è quanto sostiene la Cgil. «Occorre aprire immediatamente una vertenza verso il governo nazionale e l'Europa per salvare questo territorio. Da parte sua la Cgil parteciperà ai confronti con le categorie, farà assemblee nei posti di lavoro e punta a promuovere confronti con i partiti in consiglio regionale e la giunta per avere una finanziaria e un bilancio che siano minimamente accettabili. La strategia è in 6 punti. «Ricontrattare il debito pubblico; chiedere una legge sulla ricostruzione e lo sviluppo nelle aree del terremoto; arrivare a una programmazione e a un piano operativo triennale; chiedere interventi specifici per l'Abruzzo sulla fiscalità; fare serie politiche industriali; elaborare un piano del lavoro, sostenendo i settori ad alta intensità di occupazione: scuola, energie rinnovabili, sociale»

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