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Pescara, 28/04/2026
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07/04/2009
Il Messaggero
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TERREMOTO IN ABRUZZO - Oltre 150 morti, 70 mila sfollati. Ancora decine di dispersi, il 70 per cento delle case lesionate, l'università in ginocchio |
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Sisma di magnitudo 6,3 distrugge la città. In macerie interi paesi del circondario. Subito i primi arresti per atti di sciacallaggio, cento persone estratte vive dai vigili del fuoco L'AQUILA - La forza della terra s'è rovesciata su questa città, su queste campagne, senza nessuna pietà. In una notte di luna, alla luce dell'ultima neve, s'è portata via mamme con i figli in braccio, poveri vecchi costretti nei letti, ragazzi che cullavano un futuro dentro il dormitorio dell'Università. Ha portato dolore e lutto dove ha potuto: nei paesini quasi abbandonati dell'Altopiano delle Rocche, nei vicoli del prezioso centro storico, nei centri nevralgici della città, la Prefettura, il Comune, tutti gli uffici pubblici. Ha seminato distruzione e polvere, ha giocato con i destini di questa gente, ha vinto. Un terremoto così è dolore allo stato puro, è uno squarcio dell'anima, sono centocinquanta bare già pronte e chissà quante altre se è vero che si scava ancora, se è vero che mancano all'appello decine e decine di "dispersi" - c'è chi dice piu di 200 - almeno ufficialmente dispersi. Un terremoto così, 8-9 grado della scala Mercalli (6,3 Richter), è un terremoto di cifre: 1.500 feriti, 70mila sfollati, 25mila posti letto pronti per loro già in mattinata. Anche se 100 persone sono state estratte vive dalle macerie, un terremoto così è il 70 per cento delle case lesionate, è un'universita per 27mila studenti praticamente distrutta, un rettore disperato che chiede aiuto all'Italia intera. Un terremoto così, poi, non è una scossa, ma una serie interminabile di scosse che spezzano i nervi prima del cuore. Quella che ha spezzato i sogni di questa città s'è liberata dalle viscere della montagna alle 3.32 del mattino, svegliando mezza Italia da Bologna in giù e costringendola a non dormire più, a iniziare il più lungo e doloroso dei giorni. E ieri sera, pochi minuti prima della mezzanotte, un'altra scossa di magnitudo 3,8 ha riportato angoscia e paura. Il sole alto e caldo nel cielo sarebbe arrivato solo a svelare le dimensioni del disastro. L'autostrada era stata già interrotta per un viadotto che s'era incrinato, le file alle pompe di benzina, i supermercati presi d'assalto, le macchine in coda da Ovindoli in poi, da Rieti in giù, su quelle tortuose strade di provincia che la gente aveva preso per mettersi al sicuro da qualche parte. Perché va messo in conto che in giornate così, giornate di lastroni di marmo sull'acciottolato, di travi penzolanti, di palazzetti moderni eppure crollati, di coperte dell'esercito per ripararsi da un freddo che non c'è eppure sentiamo, beh, in giornate così non funziona niente. Non funzionano i bar, non si aprono i negozi, sono chiuse le scuole. Puoi aver bisogno di tutto e non trovare nulla. Non c'è acqua nei rubinetti, non c'è gas per i fornelli, non c'è elettricità almeno nel prime drammatiche ore. Funzionano solo i bancomat, in questa straziante mattina aquilana, tutti i bancomat che puntualmente incontriamo sul cammino. Li proviamo tutti e tutti sputano puntuali banconote: ragazzo, vogliono dire, anche con il denaro la vita continua. Sono le otto e un quarto e non sembra né mattina né sera. E' un momento sospeso di crocchi impauriti, di voci rotte dal pianto, di antifurto dei negozi che strepitano, di sirene che ululano. E mentre dai paesi arrivano tremende notizie - Onna distrutta, Paganica in ginocchio, e poi San Demetrio, Castelnuovo, Fossa, morti e feriti, e poi ancora la notizia che la giovane promessa del rugby locale Lorenzo Sebastiani è sotto una casa crollata - mentre il bilancio s'aggrava e il sole si fa implacabile, nessuno trova il coraggio di avventurarsi lungo corso Vittorio Emanuele, alla fine a destra proprio in via Venti Settembre, dove si stanno consumando le due piccole Twin Towers di questa città. Dove un palazzo di cinque piani si è sbriciolato al suolo e dove la Casa dello studente, cinquecento metri più in là, sì è incassata sotto il terreno, letteralmente collassata, tragico e insopportabile replay della scuola di San Giuliano che fu. Ma come turisti in una triste Manhattan, alla fine lo prendiamo questo taxi per l'inferno. Giù, giù per il corso, a fare indigestione di gru e di lacrime, di ambulanze e di di attese. Nel palazzo sbriciolato dicono che ci siano ancora 35 persone, sarà vero? Alla Casa dello studente, invece, ne mancano sette all'appello e sembra di vedere le loro facce attraverso le facce di quelli che disperatamente li aspettano, una bella bruna del Molise, un capellone toscano, un israeliano che non conosce l'italiano. Già, gli stranieri, perché questa è una citta piena di stranieri, che se la sera uscivi, giusto qualche sera fa, giusto prima di questa immane dimostrazione di forza della crosta terrestre, era tutto un cinguettare di idiomi, fra una piazza e un pub, un bacio e un altro bacio. Stranieri nel senso di studenti stranieri, perché li abbiamo visti anche noi, felici di essere ancora vivi, abbracciarsi alla fermata dei pullman, tedeschi, francesi, cechi, spagnoli. Ma anche stranieri nel senso di lavoratori stranieri, colf rumene, ballerine dominicane, manovali russi. Mai e poi mai avremmo immaginato che sarebbero venuti a spartire con noi la tragedia di un terremoto. E anche qui tornano le Twin Towers perché c'è chi dice che molti di loro sono illegali e come tali non sarebbero neppure ufficialemnte dispersi, ma semplicemente morti, inghiottiti dalle macerie, proprio come gli sguatteri di quella New York. Poi gli sciacalli, italica odiosa macchietta dei nostri terremoti. Non si è fatto in tempo a dare l'allarme - l'ha dato il presidente della provincia Stefania Pezzopane - che sono arrivati i primi arresti. Il capo della Polizia Manganelli ha promesso un grande impegno, il ministro della Difesa La Russa ha annunciato che i soldati faranno la loro parte. E' stato anche un giorno con il cuore in gola, passato a camminare sempre al centro della strada, sempre lontano dai tetti e dai palazzi, con il cuore in gola per la terra che borbottava ancora. Alle nove, alle dieci, all'una, fino alle otto della sera quando una pioggia di terremoto - una di quelle piogge che arrivano a lenire il dolore - è venuta a mangiarsi un po' di polvere e di angoscia . Un terremoto che non ci ha lasciato un attimo. Sbarrati gli alberghi (ma un portiere è perfino scappato per la paura, lasciando tutto aperto), intonaci sbreccati anche dove non te l'aspetti, anche nella scuola della Guardia di Finanza dove ha tenuto la sua conferenza stampa Berlusconi, e anche lì una scossa, poco prime delle tre, giusto per far capire che non si fanno sconti neanche al premier. Le prime ombre della sera sono arrivate implacabili. Il coraggioso porchettaro che, unico in tutta L'Aquila, aveva sfornato panini per tutto il giorno, ha chiuso i battenti per esaurimento delle scorte. La farmacia Dolcini ha distribuito gli ultimi farmaci per la pressione ai vecchietti del quartiere, unica farmacia anche questa a tener testa al terremoto. E i pullman, pullman granturismo, si sono radunati tutti davanti allo stadio del calcio a fare la conta di questo piccolo grande esodo. Hanno caricato il caricabile e sono partiti per la Riviera. Poche decine di chilometri, ma per chi passa la notte qui è un altro mondo . Non sono pochi quelli che hanno deciso di servirsi della tendopoli di Piazza delle Armi e non sono pochi neppure quelli che hanno proprio deciso di restare in casa, anche nelle case lesionate. Il problme sarà stanarli, sarà evitare altre inutili vittime. Si comincia da oggi. Come si comincerà da oggi a capire se un futuro è possibile, come e quando questa città e questi paesi colpiti da un sisma «non esteso ma grave», come l'ha chiamato Bertolaso, potranno rialzarsi e camminare.
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